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Arci, bando per un posto di lavoro: al mese si guadagna quanto un rider

di Paolo Bianchi domenica 22 marzo 2026

3' di lettura

Senza perdere la tenerezza. Estendere i diritti. Braccio teso (no, non quello) verso chi ha bisogno. Il partito sociale della sinistra. Dal 1957 l’Arci (Associazione ricreativa e culturale italiana) conia e ricicla slogan e certezze solidali. Oggi è una rete di mezzo migliaio di circoli, una ramificazione capillare di enti e comitati di gestione. Un apparato. Perciò, ha bisogno di gente che ci lavori sul serio. Il che in genere comporta l’essere pagati. Invece in questi giorni si è destato un vespaio di proteste per un bando di Arci Torino in cui si offriva un posto di “Responsabile dell’ufficio di Comunicazione”. Responsabile con la R maiuscola. Con un sacco di mansioni, peraltro, tipo: tutte le attività di comunicazione istituzionale, progettuale, online e offline, cioè tutta la line. Affiancato da addetto stampa, graphic designer, Uffici, Aree, Esecutivi, Presidenti, tutte entità maiuscole, tanto coordinamento, tanto supporto, implementare, interfacciarsi, curare, incontrare, essere strategici e operativi insieme. Al lordo, per 15mila euro all’anno che, con Partita Iva o Cococo, tolti i contributi e le imposte, fanno 800 netti al mese. Cioè lo stipendio di uno di quei poveretti che arrancano contromano per recapitare dei pasti inesorabilmente raffreddati.

Se i rider sono assurti a icona dell’ultimo gradino nella piramide alimentare (“Se non studi finirai a fare il rider!”), chi ha studiato per anni, dato che questo è richiesto nel bando, oltre a esperienza almeno triennale, competenza di grafica e web design e capacità di visione strategica - che non è mica solo studiare la mappa di Google - chi dunque ha investito in annidi formazione, di specializzazione, di approfondimento, può andare tranquillamente a seppellirsi in uno scantinato e nutrirsi di radici. Essendo il contratto a scadenza, è poi libero fra un anno di morire di fame.

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CONTRADDIZIONI
In effetti, in uno statuto che fa riferimento alle finalità civiche del Terzo settore è contemplata la tutela dei diritti di tutti i lavoratori, la lotta al precariato, alla discriminazione, a ogni forma di sfruttamento, al caporalato, e poi la promozione del diritto al lavoro, il sostegno e l’assistenza alle persone lavoratrici, ai precari (tra l’altro tutti declinati inclusivamente in ? che qui ci/vi risparmiamo).

La reazione, come detto, è stata veemente. Ma come, va bene guardare con sdegno ai parametri di mercato, però qui ne va della dignità sociale, proprio. A questo punto al malcapitato presidente dell’Arci Torino, Daniele Mandarano, è toccato rispondere. All’inizio ha farfugliato qualcosa a proposito di un contesto «che non distribuisce utili», ma a questo punto neanche grandi salari. Poi c’è una questione normativa per cui tra lavoratori dipendenti del Terzo settore non si può superare il rapporto di uno a otto (se capiamo bene, nessuno all’Arci può essere pagato più di 120mila euro all’anno, caso mai qualcuno cercasse di approfittarne).

Dopodiché, per ipotesi astratta, anche il Responsabile comunicazione dell’Arci farebbe fatica a pagarsi i biglietti per gli eventi dell’Arci, oltre alla tessera annuale di 12 euro che è obbligatoria anche solo per poterci mettere piede una volta (un milione di iscritti, 12milioni che entrano solo di lì, il costo di 800 Responsabili). Insomma, non è bastato. Sempre a Mandarano è toccato vergare lunghi messaggi e comunicati (redatti, si presume, da lui stesso, per risparmiare), specificando che sì, si può arrivare a qualcosa di più, e che la R non era maiuscola. Alla fine hanno ridato il posto allo stesso di prima, visto com’era facile? Tuteliamo i migranti raccoglitori di frutta e creiamo nuovi emigrati in fuga dalle proposte dell’Arci. Sempre senza perdere la tenerezza, per carità, ma soprattutto cercando di non perdere la faccia.

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