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Storia, non moralismo: la lezione di De Felice

Un incontro per ricordare lo storico si terrà venerdì 27 marzo alla Sala del Refettorio della Camera. Presenti, tra gli altri, Giovanni Orsina, Enrico Serventi Longhi, Paolo Simoncelli, Andrea Ungari e il sindaco di Rieti
di Annalisa Terranova mercoledì 25 marzo 2026

3' di lettura

Alla prima lezione del corso di Storia moderna cui ebbi modo di assistere all’Università La Sapienza di Roma il professor Franco Gaeta ci fece una lezione sulle fonti e ci presentò due testi: il primo era un estratto di un martirologio cristiano in cui si esaltava la fede dei primi cristiani uccisi dai romani, il secondo era una breve frase di Tacito che spiegava che «i giudei, su impulso di un certo Cristo» avevano creato disordini giustamente repressi.

Due punti di vista opposti, ma il vero storico – questa l’essenza della lezione – non ne deve sposare nessuno. Il ricordo affiora a margine della notizia di un convegno per ricordare Renzo De Felice che si terrà venerdì 27 marzo alla Sala del Refettorio della Camera (via del Seminario 76) con un titolo intrigante, “Facciamo storia, non moralismo”. Vi prenderanno parte gli storici Giovanni Orsina, Enrico Serventi Longhi, Paolo Simoncelli, Andrea Ungari e il sindaco di Rieti – città natale di Renzo De Felice – Daniele Sinibaldi. Del convegno ha scritto Antonio Carioti sul Corriere sottolineando come uno dei lasciti più importanti di De Felice è quello di separare l’ideologia dalla storia. Tutto il contrario di ciò che avviene oggi quando non solo non si contemplano tutti i punti di vista che le fonti – come insegnava Gaeta – ci restituiscono, ma si adotta un solo punto di vista utile a dividere il mondo tra buoni e cattivi, soprattutto idoneo a bollare come “male assoluto” le destre politiche.

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Un atteggiamento rispetto al quale De Felice rappresentava un autorevole esempio opposto pagando con ostracismo e contestazioni violente il suo rigore di studioso. Nella dirompente “Intervista sul fascismo” a cura di Michael A. Ledeen, edita da Laterza nel 1975 quando in Italia infuriavano gli opposti estremismi, Renzo De Felice indica con molta chiarezza quale sia la funzione dello storico: «Lo storico non può rimanere attaccato come un’ostrica al suo guscio. Se lo fa, ha finito di fare lo storico; fa il teologo o il politico. Io dico che la storia si fa via via, con continue acquisizioni. Secondo me oggi la storiografia italiana è malata di sicurezza. È troppo sicura di sé, è troppo assertiva. Secondo me non sappiamo nulla di sicuro, di fermo. Cerchiamo di conquistare giorno per giorno la verità, cerchiamo di approssimarci ogni giorno un tantino di più alla verità».

Ecco: fare storia e non moralismo significa lasciar parlare le fonti e non adeguare le fonti alla propria ideologia. Tanto più che ciò che De Felice indicava come limite degli storici contemporanei negli anni Settanta del secolo scorso è oggi più che mai attuale visto che vediamo molti presunti storici o ricercatori o studiosi vestire abiti “militanti” in tv o sui social per contrastare le destre, con incursioni nel dibattito politico di un tale manicheismo da far impallidire gli stessi rappresentanti dei partiti di opposizione. Questo il ruolo oggi giocato da storici come Alessandro Barbero, Michela Ponzani e Marco Revelli, o da studiosi come Mirella Serri e Tomaso Montanari che sognala rissa con il presidente del Senato, o da divulgatori assurti al ruolo di storici come Corrado Augias mentre classicisti come Luciano Canfora si trasformano in polemisti e la casa editrice Laterza che un tempo dava voce a De Felice oggi pubblica un Eric Gobetti.

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Il fenomeno ci allontana da quella storicizzazione del fascismo come fenomeno ormai concluso che De Felice auspicava e nello stesso tempo riattualizza – e ciò non può che indurre a una considerazione più che pessimistica sullo stato della ricerca storica sul fascismo – ciò che lo storico reatino affermava mezzo secolo fa: «In Italia il discorso sul fascismo è stato fatto in termini squisitamente politici e non di rado ha ereditato i suoi caratteri dalla propaganda di guerra. Da qui il suo schematismo e la sua carica demonologica». Mezzo secolo dopo, appunto, la situazione non solo resta la stessa, ma è forse addirittura peggiorata.

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