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L'egemonia culturale? Sepolta dal conformismo

Un saggio, scritto da Andrea Minuz, evidenzia che mentre destra e sinistra si contendono spazi e potere, dominano cattivo gusto e omologazione
di Paolo Bianchi martedì 24 marzo 2026

4' di lettura

Naturalmente si comincia con una domanda: che cos’è il buongusto? Che se ne trascina un’altra: che cosa è cultura e che cosa no? Alla seconda uno può cavarsela con “Tutto è cultura”, che però, così come “Tutto è politica” ci trascina subito sul terreno del nulla. È illuminante che questo gustoso saggio di Andrea Minuz, Egemonia senza cultura - Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi editore, pagg. 246, euro 19) si apra con un richiamo a Pierre Bourdieu, per cui l’egemonia culturale era in sostanza un’egemonia del gusto determinata dalle classi elevate e fatta piovere in testa a quelle subalterne. La domanda di cui sopra diventa perciò: “Chi decide che cosa sia o no cultura?”.

C’ERA UNA VOLTA GRAMSCI
Da qui all’aggancio con Antonio Gramsci, è un attimo. Perché secondo Gramsci la battaglia per l’egemonia presuppone che il movimento operaio per affermarsi dovrà impadronirsi degli strumenti culturali di analisi e di costruzione della propria coscienza politica. Peccato che ancora non si sia capito bene se in Italia questa benedetta egemonia culturale sia stata esercitata dalla destra (per esempio democristiana) o dalla sinistra delle università, delle scuole, dei giornali, delle case editrici. Una cosa chiara è che, scissa l’arte dall’impegno politico, passati cioè dall’Einaudi di Calvino e Vittorini si è approdati al riflusso ideologico degli anni Ottanta e a una cultura tutta fatta di alti e bassi, fumetti, b movies. La superiorità intellettuale aggregata nella famosa e pensosa intellighenzia di sinistra, si è disciolta nel brodo del “middlebrow”, traghettata forse suo malgrado dalla trasformazione di un quotidiano come Repubblica in un “partito di Repubblica”, dal moralismo del Partito comunista al Pd dei carrozzoni gay. Ma soprattutto il predominio della cultura si è polverizzato contro la società dei social, dell’uno vale uno dell’esibizionismo Instagram, nella infinita replicabilità di idee infantilizzate e ridotte a meme. Un fenomeno che si sta ripercuotendo sulla ricezione della cultura stessa, laddove la soglia media di concentrazione è di 19 secondi e gli studenti di cinema non guardano Chaplin, Fellini o Kubrick perché non vogliono che i loro film (quelli che al momento girano solo nella loro testa) ne siano influenzati.

Le pagine che Minuz dedica a Veltroni sono irresistibili. Ora che il flagello dei suoi libri sul commissario Buonvino si sta per abbattere nuovamente su di noi come un’invasione di locuste in forma di fiction televisiva, si ricorda che egli «fa tutti i ruoli: politico, sindaco, ministro della cultura, vicepresidente del consiglio, showrunner del Pd, direttore dell’Unità, editore, romanziere, prefatore instancabile, curatore di antologie, di mostre, regista di film, documentari, autore televisivo, editorialista, giallista, presidente del premio Campiello». E pensare che doveva andare in Africa a fare del bene. Molto acutamente Minuz osserva che «se c’è una cosa che la destra assetata di egemonia non potrà mai avere è uno come Veltroni». Questo suo buonismo liquido e pervasivo, verrebbe da dire. La destra ha patito invece, dal dopoguerra in poi, un senso di inferiorità che l’ha portata a costruirsi dal nulla un nuovo immaginario letterario ed estetico, ad esempio fondato sui draghi volanti, le Terre di mezzo e gli hobbit. Se Almirante fosse finito in una sagra Atreju con gente vestita da Gollum gli sarebbe calato il latte alle ginocchia. Non che ci sia niente di male, per carità, nel genere fantasy; è pur sempre un terreno di cultura dell’immaginario.

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Ma non bastava Orwell, non bastava Céline, non bastavano Gadda, Hesse, Nabokov, Pound, Pirandello, Berto, Bulgakov, tanto per dirne qualcuno? Flaiano, i Futuristi, Arbasino? E questo solo per ragionare sul passato. Ma forse ha ragione Alain de Benoist, non esiste una destra, esistono le destre. Allo stesso modo esistono le sinistre. Una deriva culturale c’è stata, indubbiamente. Dalla Morante (pure contestata ai suoi giorni) a una Chiara Valerio, di professione amica della Murgia, il passo è lungo. In mezzo, il middlebrow, si diceva. Un gusto medio e conformista, iniziato con il culto per le copertine Adelphi e passato attraverso i girotondi di Nanni Moretti per approdare al cupo Scurati che combatte contro i draghi come San Michele. Il solluchero delle insegnanti di provincia e delle signore per bene, quelle che Tommaso Labranca chiamava «Le Borsette», (anzi «Le Bor7»), perché nella sporta elegante tenevano sempre una copia della Mazzantini. L’imborghesimento di Paola Cortellesi che cerca di mimetizzarsi da neorealista scolorando artificialmente in bianco e nero l’impegno civile. E poi quel culto sbandierato per i libri in quanto libri. Minuz scrive benissimo perché ha imparato a ragionare. Forse anche perché uno dei pochi libri che aveva in casa da piccolo era Come cucinare con i surgelati.

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