Quella che inizialmente sembrava una tragica intossicazione alimentare si è trasformata in uno dei casi più inquietanti degli ultimi mesi. A Pietracatella, piccolo centro del Molise, la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia quindicenne Sara ha assunto i contorni di un presunto duplice omicidio premeditato. Le analisi hanno rivelato che Antonella Di Ielsi e la figlia Sara sono morte per ingestione di ricina, un veleno letale e difficile da individuare. Come riporta Repubblica al centro dell’indagine, ora formalmente aperta contro ignoti, c’è una sostanza letale e difficilmente individuabile: la ricina, un veleno inodore e insapore per il quale non esiste antidoto.
Il fascicolo è stato trasferito dalla Procura di Campobasso a quella di Larino, dove la procuratrice Elvira Antonelli sta coordinando le nuove indagini. Il primo nodo da sciogliere riguarda proprio le condizioni di Gianni Di Vita, che nelle stesse ore del decesso della moglie e della figlia fu ricoverato allo Spallanzani di Roma per un malore. Dieci giorni di accertamenti, tra terapia intensiva e reparto ordinario, non hanno però evidenziato tracce di ricina nel suo organismo. Un elemento che solleva interrogativi cruciali: è possibile che l’uomo abbia assunto una dose minima non rilevabile? Oppure il suo malore ha un’origine completamente diversa? Un elemento che solleva interrogativi cruciali: è possibile che l’uomo abbia assunto una dose minima non rilevabile? Oppure il suo malore ha un’origine completamente diversa? La cartella clinica dell’ospedale romano è ora parte integrante del nuovo fascicolo.
Sotto la lente degli investigatori finisce anche il resto del nucleo familiare. La figlia maggiore, Alice, presente nei giorni della tragedia ma rimasta sempre in buone condizioni di salute, era stata inizialmente esclusa da ogni sospetto anche perché, secondo le prime ricostruzioni, non si trovava in casa la sera del 23 dicembre, indicata come momento dell’ipotetica intossicazione alimentare. Un’ipotesi, quest’ultima, ormai definitivamente accantonata: i controlli sui cibi presenti nell’abitazione non hanno evidenziato alcuna contaminazione. Prende invece corpo la pista dell’avvelenamento volontario. Gli inquirenti non escludono che la ricina possa essere stata somministrata attraverso una bevanda come un tè, un caffè, modalità compatibile con le caratteristiche della sostanza, efficace anche in dosi minime. Tra i prossimi passi investigativi figura una nuova perquisizione nell’abitazione della famiglia, con l’obiettivo di analizzare stoviglie, utensili e qualsiasi oggetto che possa aver conservato tracce del veleno.




