A Pietracatella, la storia di Sara Di Vita, 15 anni, e della madre Antonella Di Ielsi, 50, si tinge ogni giorno di più di sospetti, veleni e soprattutto liti. Tante, troppe. Perché mentre qualcuno parlava di tragedia, in paese già si sussurrava altro: tensioni familiari, rapporti incrinati, tante liti e segreti mai chiariti. Altro che fatalità. La Procura non ha mai creduto fino in fondo alla versione “tranquilla”. E infatti l’ipotesi dell’avvelenamento non è mai sparita. Anzi. Il sequestro immediato della casa è lì a dimostrarlo, così come gli esami inviati al centro di Pavia. E quando salta fuori la ricina — un veleno senza antidoto — il quadro cambia: non più errore, ma qualcosa di molto più grave.
Un intrigo alla Breaking Bad, in cui il personaggio di Walter White avvelena i nemici proprio con la medesima pianta. Ma molto, molto meno affascinante. I magistrati lo avevano scritto nero su bianco, chiedendo se ci fossero responsabilità “a carico di terzi soggetti, da individuare compiutamente” e se qualcuno avesse avuto un ruolo, con azioni “commissive o omissive nell’evento fatale”. Parole pesanti, che oggi suonano come un campanello d’allarme ignorato. Nel frattempo, i medici finiscono sotto indagine, ma la loro posizione sembra alleggerirsi. “Quella tipologia di avvelenamento - commenta Fabio Albino - non si poteva scoprire in quella fase, quindi ci aspettiamo un’archiviazione”.
Tradotto: difficile accorgersene, impossibile intervenire. E allora lo sguardo torna dentro casa. Proprio lì dove, secondo gli inquirenti, madre e figlia sarebbero state avvelenate poco prima di Natale. Ed è lì, in famiglia, dove si concentrano i nuovi sopralluoghi, mentre la squadra mobile scava tra rapporti familiari e vecchie ruggini. Chi aveva accesso a quella casa? E soprattutto, chi aveva un motivo? Dissidi, tensioni continue, perfino legami nascosti. Nulla di provato, certo. Intanto un dettaglio inquietante emerge: nel sangue del padre, Gianni Di Vita, della ricina non ci sarebbe traccia. Un’assenza che pesa come un macigno.