È arrivata a Lampedusa la nave Aurora della Sea Watch con a bordo 44 migranti soccorsi dopo cinque giorni trascorsi sulla piattaforma abbandonata Didon, tra Libia e Tunisia, dove si erano rifugiati per sfuggire al maltempo. In un primo momento alle autorità italiane era stato indicato come porto di sbarco Porto Empedocle.
La Ong ha però segnalato l’impossibilità di raggiungere la destinazione per carburante insufficiente e ha chiesto di poter attraccare direttamente nell’isola delle Pelagie. Gli operatori hanno descritto i migranti come esausti, dopo giorni in condizioni difficili con scarse scorte di acqua e cibo .Questo episodio si inserisce in un flusso ormai ricorrente di tensioni tra alcune Ong e il Viminale. Le navi delle organizzazioni non governative accettano spesso di soccorrere persone in mare, ma poi tendono a ignorare o contestare i porti di sbarco assegnati dalle autorità italiane, pretendendo sistematicamente approdi più vicini come Lampedusa.
Un precedente emblematico resta quello della Sea Watch 3 nel 2019, quando la comandante Carola Rackete forzò il blocco e attraccò a Lampedusa nonostante gli ordini contrari, dando vita a un lungo braccio di ferro politico e giudiziario. Casi simili si sono ripetuti negli anni, con navi che rifiutano porti distanti indicati dal governo e dichiarano “stato di necessità” per dirigersi verso la Sicilia meridionale. Il tutto ignorando le indicazioni del Viminale. A quanto pare ora il problema che impedisce gli sbarchi nei porti indicati da Roma è il carburante...