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Giulio Muttoni, intercettato 38mila volte e assolto dopo 11 anni: ecco la "giustizia"

di Roberto Tortora mercoledì 22 aprile 2026

2' di lettura

Undici anni per scoprire che il bersaglio era quello sbagliato. Per la precisione, che il presunto “re delle mazzette a colpi di biglietti” non era altro che un imprenditore travolto da un’inchiesta monstre. La Corte d’appello di Torino ha, infatti, messo il punto finale su “Bigliettopoli”: ricorso della procura inammissibile e assoluzione definitiva per Giulio Muttoni. Fine dei giochi. Anzi no: fine tardiva, dopo un decennio di macerie.

Perché nel frattempo Muttoni, patron della Set Up Live (quello che portava a Torino U2, Madonna e One Direction), è stato dipinto come il regista di un presunto sistema corruttivo fatto di favori e ticket omaggio. Risultato? Aziende fallite, cento lavoratori a casa, carriera azzerata. Ma tranquilli: era innocente. Intervistato dal Foglio, Muttoni è cupo: “Rimane l’amarezza di aver dovuto chiudere le società. Quando accadono queste cose le multinazionali ti mollano dalla sera alla mattina”. Tradotto: la sentenza arriva, ma la vita no. Il dato che fa sobbalzare è un altro: 38 mila intercettazioni in sei anni. Trentottomila. “Mi sembra un numero spaventoso”, dice Muttoni. E come dargli torto. Neanche Pablo Escobar, verrebbe da dire. Sei anni per capire che non c’era nulla. Un’insistenza maniacale. Nel mezzo, il caso parallelo dell’ex senatore Stefano Esposito: 500 conversazioni captate, nonostante fosse già noto il suo ruolo istituzionale. La Corte costituzionale parla chiaro: attività “univocamente diretta” a intercettarlo, in violazione dell’articolo 68.

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E il Consiglio Superiore della Magistratura? Sanziona il pm Gianfranco Colace per “grave violazione di legge”. Trasferimento e cambio funzione. Poco più di una pacca sulla spalla. Undici anni dopo, quindi, si scopre che Muttoni, difeso dall’avvocato Fabrizio Siggia, non aveva commesso alcun reato: “Quando è arrivato il rinvio a giudizio ero già ‘anziano’, avevo 66 anni, oggi ne ho 72. Ma se avessi avuto 40 o 50 anni sarei stato costretto ad andare via dall’Italia: quando sei indagato è impossibile portare avanti la propria vita professionale. Avendo già 66 anni ho smesso di lavorare. Certo, rimane un po’ di rabbia, perché avrei preferito decidere io quando andare in pensione. Penso anche a quanto sia costato realizzare tutte queste intercettazioni. Comunque, di una cosa sono certo: non c’è un’intercettazione di cui io debba vergognarmi”. Insomma, quando lo Stato indaga, insiste e sbaglia l’assoluzione poi non basta. Perché, nel frattempo, ha distrutto una vita e nessuno paga per questo.

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