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Pietracatella, "doppia dose di ricina": il dettaglio agghiacciante che riscrive tutto

sabato 25 aprile 2026

2' di lettura

Le indagini sul decesso di Antonella Di Ielsi (50 anni) e della figlia Sara Di Vita (15 anni), avvenuto tra il 27 e il 28 dicembre 2025 a Pietracatella (Molise), hanno registrato un nuovo elemento di grande rilevanza.Secondo quanto riportato, gli esami del Centro antiveleni di Pavia hanno rivelato nei campioni ematici delle due donne una concentrazione di ricina 250 volte superiore alla dose letale. Questa quantità eccezionalmente elevata rafforza l’ipotesi di una premeditazione spietata, escludendo quasi del tutto l’accidentalità e confermando la natura dolosa dell’avvelenamento.La ricina, estratta dai semi della pianta Ricinus communis (presente anche nelle campagne molisane), non si ottiene facilmente: richiede un processo di lavorazione complesso e strumentazioni adeguate. Per questo gli inquirenti della Procura di Larino stanno concentrando l’attenzione sull’istituto professionale agrario di Riccia, situato a pochi chilometri dal paese.

Sui computer della scuola sarebbero state effettuate ricerche mirate sulla ricina nei mesi precedenti al fatto. Testimonianze interne e accertamenti informatici supportano questa pista.Un altro aspetto inquietante riguarda la possibile doppia somministrazione del veleno. Madre e figlia avevano accusato un primo malessere prima di Natale e furono dimesse dall’ospedale Cardarelli in condizioni stabili. Il peggioramento improvviso e letale si è verificato dopo il rientro a casa il 26 dicembre, con un quadro clinico "assolutamente diverso" rispetto al giorno precedente. Gli investigatori sospettano che la dose definitiva possa essere stata somministrata, ad esempio, attraverso una bottiglia d’acqua.

La Procura procede per duplice omicidio premeditato (al momento contro ignoti). La posizione del padre, Gianni Di Vita, resta complessa: i suoi campioni sono risultati negativi alla ricina, ma analizzati con ritardo e potenzialmente degradati. Un ruolo chiave nelle indagini potrebbe averlo il cellulare della figlia maggiore Alice Di Vita (19 anni, non presente alla cena incriminata del 23 dicembre), sul quale sono in corso analisi di chat, appunti e spostamenti per verificare la coerenza delle testimonianze.

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