Il cosiddetto movimento Pro-Pal orienta ampi settori di opinione giovanile in tutto l’Occidente. E in Italia, dopo aver aiutato la vittoria del “No” nel referendum sulla legge Nordio, ha anche pesato significativamente nelle provocazioni antisemite che hanno sconciato le celebrazioni del 25 aprile. Non sono un cantore di un Sessantotto di cui si costatano ancora oggi i frutti negativi in settori rilevanti del sistema dell’istruzione, nella politicizzazione delle professioni intellettuali (a partire dai magistrati), in un certo degrado della classe dirigente nazionale che prima della “grande contestazione” contava sul pluralismo culturale nelle università come elemento fondamentale di formazione. Senza parlare poi delle, pur relative, responsabilità “sessantottine” per la tragica (e distinta) successiva fase, quella del terrorismo.
Però quel movimento generazionale di cinquantotto anni fa rispondeva anche a esigenze di modernizzazione, esprimeva anche una speranza connessa all’affacciarsi dei baby boomer nella vita sociale, era accompagnato da intellettuali di spessore. Intellettuali che magari provocarono anche notevoli guasti, come ha spiegato Alan Bloom nel suo “The closing of american mind” indicando nel decostruttivismo di Jacques Derrida la causa del degrado delle università americane. Ma erano, i guasti del ’68, provocati da idee non da post su Istagram.
Oggi siamo di fronte in tutto l’Occidente a una mobilitazione giovanile che non esprime una speranza anche ideologicamente distorta, ma la rabbia nichilistica di chi per manifestare la propria disperazione non esita a sposare assassini come i militanti di Hamas e i boja di Teheran che in pochi giorni hanno ammazzato decina di migliaia di giovani, e altre decine ne impiccano giorno dopo giorno. Una rabbia nichilistica alimentata non da idee ma da una frettolosa propaganda mal confezionata.
Naturalmente non è possibile giustificare questa deriva: finita una talvolta prolungata infanzia, anche chi è giovane, è responsabile dei propri atti. Però per comprendere e quindi contrastare “la nuova rabbia”, non è inutile riflettere su ciò che la provoca. E il primo fattore attivo in questo senso è il costante declino demografico dell’Occidente che trasmette una sensazione di inevitabile decadenza con una connessa perdita di senso della propria vita: che cosa significa impegnarsi in una civiltà che sta morendo?
Opporsi a una tendenza diffusa con basi strutturali non inconsistenti, non è semplice. Non basta un’astratta predicazione morale, né pragmatiche iniziative politiche, né i tentativi di appeasement tipici di un certo establishment italiano: un establishment che già decenni fa, nel 1977, fa con il Corriere della Sera criticava Luciano Lama perché era andato alla Sapienza a tentare di frenare l’estremismo studentesco.
L’unico rimedio, se esiste ancora una classe dirigente che non vuole arrendersi al declino, è aiutare a costruire un movimento capace di dare un’alternativa e dunque una speranza alle nuove generazioni. Non bastano i pur lodevoli leaderini delle organizzazioni giovanili, ci vuole uno sforzo ampio e articolato perché scuola per scuola, università per università, quartiere per quartiere si contrapponga alla disperazione e alla resa ai nemici oscurantisti dell’Occidente, una via di rilancio non solo economico-sociale ma anche morale.
Non è una via semplice perché la rabbia nichilistica non prevede il pluralismo delle idee come ci insegnano la morte di Charlie Kirk negli Stati Uniti e quella di Quentin Deranque, ucciso a Lione dalla Jeune Garde Antifasciste. Ma è l’unica via decisiva ed è urgente imboccarla. Anche perché le cronache di questi giorni ci spiegano come la violenza genera violenza (naturalmente sempre non giustificabile), soprattutto tra chi pensa che come nel Novecento la sottomissione porti alle camere a gas, e dunque risponde con atti non accettabili a chi lo definisce «una saponetta mancata».