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Garlasco, Sempio e la condanna emessa dalle televisioni

Su questo omicidio tutti sembrano sapere tutto, tra imbeccate, indiscrezioni e veline fatte uscire per pasturare le acque della rivelazione. Il garantismo dei giorni pari non vale in quello dei giorni dispari
di Marco Patricelli lunedì 4 maggio 2026

3' di lettura

Prima l’uno, poi l’altro, forse nessuno dei due. È la storia infinita del delitto di Garlasco, dall’occhio del microscopio elettronico a quello indiscreto dei media e dei social, con slalom taglienti sulle vite di chi c’è ancora per dare una risposta a chi non c’è più. Ma è anche la storia di un fallimento giuridico e morale della giustizia che ha messo processualmente la parola fine all’indagine e all’inchiesta, trovando il colpevole in Alberto Stasi, allora fidanzato di Chiara Poggi, e dopo quasi un ventennio con altrettanta sicurezza a individuarne un altro in Andrea Sempio, amico del fratello della ragazza. È già stato squadernato il movente in un approccio respinto, rendendo quel delitto ancor più obbrobrioso, sono stati messi in piazza i frammenti di vita in libertà dell’allora adolescente oggi uomo fatto.

Su questo omicidio tutti sembrano sapere tutto, tra imbeccate, indiscrezioni e veline fatte uscire per pasturare le acque della rivelazione. Il garantismo dei giorni pari non vale in quello dei giorni dispari, e non ci vuole Eduardo per ricordare che «per vivere gli uomini debbono adattarsi a recitare la commedia», ma non necessariamente debbono pure «fingere di divertirsi». Perché in questa storia tutto è tragedia, materiale e morale, fuori e dentro le aule di giustizia, fuori e dentro i laboratori con le tecnologie esasperate per dare una certezza a ogni ragionevole dubbio. Se c’è un innocente in carcere e un colpevole fuori, il sistema ha fallito, e peggio ancora tutto quello che gli ruota attorno e se ne nutre morbosamente, proprio per dare risposte altrettanto morbose all’opinione pubblica. I mostri vanno ancora in prima pagina, ma prima sono esposti a testa in giù sui social, dove ogni parola è una pietra e ogni frase una sentenza definitiva, in attesa di prove uguali e contrarie. Se ci sono.

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E così tutti sanno delle turbe adolescenziali di Sempio, perché dalla preistoria (20 anni sono una generazione) è stata isolata ogni singola molecola verbale che esprimeva difficoltà di rapporto con l’universo femminile e confidenze, per l’esame postumo che consenta di disegnarlo come il colpevole di un efferato assassinio. Assai probabilmente a 18 anni, con gli ormoni in libera uscita, le fantasie vanno persino oltre l’harem e l’immaturità ci mette di suo. D’altronde uno dei desideri (in)confessabili dei giovani maschi è quello di sapere se le ragazze in fatto di confidenze sugli affari di cuore sono come loro, meglio o peggio. E non lo sapranno mai. Ma di Sempio si sa che confessava difficoltà di approccio, si sa quando si è sbloccato, e pure che all’epoca pensava che la vis grata puellae non fosse proprio solo un’invenzione poetica di Ovidio, che di queste cose, dicono, se ne intendeva anche troppo duemila anni fa.

È diventato un meccanismo normale, in questa e in altre vicende di sangue particolarmente raccapriccianti, costruire prima la cornice e poi adattarci il quadro, anche a forza di incastri e aggiustamenti. Un processo prima del processo mette insieme pezzi e pezzettini, si abbevera a ogni possibile invadenza, confeziona il verosimile con la presunzione della verità: indizi modulati come prove che, per loro natura, dovrebbero invece essere inoppugnabili, seguendo le sceneggiature mozzafiato della finzione televisiva di must quali “CSI Scena del crimine” e il più nostrano “RIS Delitti imperfetti” più calzante anche nel titolo seriale.

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I rabdomanti salottieri volteggiano in circolo e in ordine sparso sull’osso spolpato di Garlasco con la sete di verità che non può essere più soddisfatta sbirciando il plastico della villa del delitto, secondo un altro standard televisivo di successo. Paradossalmente, nell’era della privacy a tutti i costi, persino con un garante pronto a sanzionare la più tenue violazione della sfera intima, sono le vittime stesse del tritacarne mediatico a offrirsi allo sguardo degli altri sempre più indiscreto, mettendo la vita in piazza. Dal buco della ricostruzione investigativa all’occhiata sfacciata dal buco della serratura.

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