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Salim El Koudri, ancora odio e insulti: "Gliela faccio pagare agli italiani"

di Roberto Tortora lunedì 18 maggio 2026

2' di lettura

La rabbia, la disoccupazione, l’isolamento. E poi quel rancore covato per anni fino all’esplosione. È il ritratto che emerge da Ravarino, nel modenese, dove tutti conoscevano Salim El Koudri, ma oggi fingono di non sapere nulla. Il trentunenne che a Modena ha travolto un gruppo di pedoni con una Citroen C3 grigio antracite viene descritto come un uomo chiuso, frustrato e sempre più distante da tutti. Questo è ciò che emerge raccogliendo testimonianze e umori del paese.

Tutto sarebbe iniziato negli anni del Covid. Un contratto a termine non rinnovato, mesi senza lavoro – si legge sul Giornale - e la convinzione di essere stato escluso. “Non ti vogliono perché non sei come loro”, sarebbe diventato il pensiero fisso di El Koudri. Al bar Rami, nella frazione dove viveva, arrivava spesso da solo. Parlava al telefono, lunghe conversazioni in francese, senza legare con nessuno. Un presunto amico tunisino racconta: “Salim era incazzato, sempre di più. Sai che significa per uno come lui, intelligente, laureato, starsene a casa ancora con i genitori, vedere le loro facce? Aveva voglia di fare qualcosa, di farsi vedere”. E ancora: “Glielo faccio vedere io agli italiani, glielo faccio vedere a questi maledetti cristiani”.

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Parole pesanti, tutte da verificare, ma che restituiscono il clima di rabbia che circondava il giovane. A Ravarino oggi prevale il silenzio. I marocchini che gicoano a carte nei bar se la prendono con le autorità italiane: “Il ragazzo non stava bene di testa, perché lo hanno lasciato andare in giro? La colpa è loro”. I vicini spiegano che da tempo aveva smesso di salutare. Viveva chiuso in sé stesso, mentre i genitori non riuscivano a capire perché, nonostante una laurea in Economia e Commercio conseguita a Bologna, non trovasse lavoro. La sindaca, Maurizia Rebecchi, ricostruisce la storia della famiglia: arrivati dal Marocco nel 2000, integrazione apparentemente normale, scuole a Ravarino e Modena, poi l’università. “Le abbiamo riaperte dopo 50 anni”, dice parlando delle medie cittadine. Ma dietro quella normalità, secondo chi lo conosceva, qualcosa si era rotto da tempo.

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