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Vimercate, cos'hanno trovato nella casa del marocchino aspirante terrorista

di Micaela Fanelli mercoledì 3 giugno 2026

3' di lettura

Zakaria Ben Haddi resta in carcere. Nessun presunto scopo divulgativo dietro ai profili social del giovane islamico, secondo il gip di Milano Rossana Mongiardo, ma un preciso percorso di radicalizzazione che aveva ormai superato il confine della semplice propaganda, in un quadro complessivo che ha fatto apparire «verosimile una sua immediata ed estemporanea attivazione». Per questo il giudice ha convalidato il fermo e disposto il carcere per il ventunenne nato a Vimercate e finito in manette con l’accusa di partecipazione ad associazione quella dello Stato Islamicocon finalità di terrorismo internazionale. Nelle 16 pagine dell’ordinanza il gip definisce il profilo di un giovane «potenzialmente suggestionabile ed imprevedibile», ma al contempo capace di pianificare «in maniera raffinata e razionale ogni movimento ed ogni azione» e persino «pronto, nell’eventualità, ad immolarsi per una causa in cui crede fortemente».

UNIVERSO IDEOLOGICO
Ben Haddi, attraverso Instagram, TikTok e Telegram, avrebbe progressivamente abbracciato l’universo ideologico dell’Isis, diffondendo contenuti jihadisti, esaltando il martirio e contribuendo alla circolazione di materiale propagandistico destinato a raggiungere una platea potenzialmente infinita di utenti. Il ventunenne «non si è limitato a pubblicare video, immagini e commenti che esaltavano le azioni più brutali ed efferate compiute dallo Stato Islamico in danno dei Cristiani e, più in generale, contro l’Occidente», si legge nel provvedimento, ma avrebbe messo in campo una condotta funzionale agli obiettivi dell’organizzazione terroristica. Un’attività accompagnata da «comportamenti dissimulatori» finalizzati a sottrarsi all’attenzione investigativa della Digos. Ben Haddi, difeso dall’avvocato Paola Morelli, durante l’interrogatorio ha dichiarato di non avere «intenzione di prendere un coltello e andare a ferire la gente in giro», ammettendo però di avere «sottovalutato la questione» e di riconoscere oggi «il pericolo di emulazione» legato alla diffusione di quei contenuti.

Ha inoltre spiegato di seguire da anni temi legati alla geopolitica e ai conflitti nel mondo arabo e che, del materiale sul martirio condiviso online, lo aveva colpito soprattutto «la dedizione a una causa». Non è d’accordo il gip, secondo cui non si trattava di «mera divulgazione di notizie di cronaca», ma di «materiale che appare finalizzato ad un vero e proprio indottrinamento» tale da ritenere che le sue condotte che, negli ultimi giorni, «avevano registrato un’accelerazione», non si esaurissero nell’apologia o nella propaganda, ma si inserissero «nell’ambito di una concreta attività di supporto al sodalizio» dello Stato Islamico. Nell’ordinanza il gip cita alcuni contenuti pubblicati da Ben Haddi il 30 maggio, uno dei quali era accompagnato da una voce in arabo sottotitolata in italiano: «Non ti ha forse chiamato la morte, non hai sentito la voce?...». O ancora: «Non c’è nulla, proprio nulla oggi che incuta timore nei cuori dei nemici di Allah come le operazioni di martirio». Messaggi che, insieme ad altri post diffusi nelle stesse ore e alla frase «non incolparmi per quello che farò domani», hanno contribuito a far ritenere concreto il rischio di un’imminente attivazione del giovane. È in questo contesto che è stata eseguita la perquisizione nell’abitazione del ventunenne dove, oltre a ulteriore materiale di propaganda jihadista e a un video sulla fabbricazione di un ordigno artigianale, gli investigatori hanno trovato circa 22mila euro in contanti.

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PERQUISIZIONE
Una somma definita «considerevole» e sulla cui provenienza il gip ha disposto ulteriori approfondimenti, osservando che, allo stato degli atti, «non è credibile» che derivi esclusivamente dai redditi del nucleo familiare. Inverosimile è stata ritenuta anche la spiegazione del viaggio in Marocco dietro al biglietto aereo di sola andata acquistato da Ben Haddi proprio il 30 maggio e con partenza prevista il 9 giugno. Il giovane aveva sostenuto di doversi recare nel Paese per sostenere un esame di accesso alla facoltà di Medicina e che il volo fosse stato comprato dai genitori. Tutte spiegazioni ritenute generiche e prive di riscontri. Un quadro che, insieme alla radicalizzazione emersa negli ultimi mesi, al concreto pericolo di fuga e al rischio di reiterazione, ha convinto il gip che solo il carcere possa interrompere il percorso intrapreso dal ventunenne e recidere ogni legame con l’ambiente jihadista riconducibile allo Stato Islamico.

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