Si è andati oltre, dài. Ma molto. Esiste un momento in cui il legittimo diritto di cronaca smette di servire quello che, a volte anche troppo pomposamente, viene definito “l’interesse pubblico”, e comincia a nutrirsi di carne umana. E non si può più nemmeno dire che si tratti di un “confine invisibile” - formula tanto retorica quanto auto-assolutoria per noi, operatori dell’informazione - visto quanto viene sistematicamente valicato.
La terribile verità è che, ormai, è socialmente accettato - anzi, socialmente fomentato- che un fatto di cronaca si trasformi in uno show permanente, un reality del sospetto e del dolore, un gioco di società con i dadi tirati direttamente in faccia ai protagonisti, che però non sono pedine di plastica, ma persone in carne e ossa - cosa che rende il tutto ancora più eccitante, altrimenti che gusto c’è? Un tritacarne mediatico altra espressione abusata, ma in effetti rende l’idea - che emette quotidianamente le sue sentenze inappellabili, salvo poi ribaltarle all’occorrenza senza fare un plissé, così distruggendo vite, reputazioni, famiglie, tutto nel nome dello share.
E intendiamoci, non è che il meccanismo sia nato con la nuova inchiesta sul delitto di Garlasco. Tanto per fare un esempio quasi epico, ai tempi del caso Fenaroli- l’imprenditore accusato e poi condannato per aver assoldato un killer per sopprimere la moglie, era l’alba degli anni Sessanta l’Italia tutta si divise fra colpevolisti e innocentisti, e il giorno della sentenza di primo grado furono circa 20mila le persone che attesero tutta la notte davanti al Palazzo di giustizia di Roma, divise in fazioni contrapposte. Ma è fuor di dubbio che l’avvento dei social e dei talk televisivi abbia ingigantito la questione.
MECCANISMO OLIATO
Il dispositivo - per usare malevolmente un termine giuridico - è ormai oliato e costantemente replicato. Un evento tragico scuote l’opinione pubblica, subito i riflettori si accendono non solo sui fatti, ma sui dettagli più intimi dei soggetti coinvolti, irrilevanti ai fini dell’indagine ma oltremodo ghiotti per l’insaziabile voyeurismo collettivo. Chat private lette con tanto di attori che ne interpretano tono e intenzione, diari segreti - un diario segreto non manca mai- gettati in pasto al pubblico famelico, vecchi post analizzati come prove di colpevolezza.
In questo circo, la figura del sospettato - che oggi è Andrea Sempio insieme a tutti coloro che, in un modo o nell’altro, hanno a che fare con lui, compresi i genitori e addirittura il suo amico, che poi è il fratello della vittima, e finanche madre e padre di questi ultimi - il sospettato e quelli percepiti come suoi “complici”, dicevamo, vengono totalmente deumanizzati, ridotti a bersagli mobili per l’odio della rete e degli spettatori non paganti e sbavanti. D’altronde, è ormai manifesto che le piattaforme digitali si nutrano di comunità nate sull’indignazione istantanea, che genera molta più interazione - che è poi il loro obiettivo- dell’equilibrio.
Una deriva che non è solo una degenerazione dell’informazione e del costume, ma anche e soprattutto una palese violazione dello stato di diritto- su questo punto chi scrive è pedante, lo sa anche lui, e però non può fare a meno di rimarcare come ci s’interessi a quest’aspetto solo quando riguarda sé stessi o qualcuno di amico, altrimenti ’sticazzi. Per non parlare della sistematica violazione dell’art. 329 del Codice di procedura penale, quello che tutela il segreto istruttorio. Ma figuriamoci: gli atti d’indagine, che dovrebbero restare ignoti all’opinione pubblica proprio per tutelare anche la dignità delle persone, diventano sceneggiature per i programmi del pomeriggio. Per dire: su Garlasco sono state addirittura allestite serate a teatro, con tanto di tutto esaurito e richiesta di autografi agli “esperti” intervenuti - venghino, siòre e siòri.
Il danno più devastante di questa insana sovrapposizione fra atti giudiziari e studi televisivi e dirette su Instagram è poi la sua totale irreversibilità. Nel senso che i tempi delle inchieste e della giustizia sono lenti - e quelli delle nostre, particolarmente -, mentre quelli dell’algoritmo e dell’audience immediati e continuamente in aggiornamento. Il padre costituente Piero Calamandrei scriveva che «il processo penale è già di per sé una pena, che colpisce l’innocente ancor prima di accertare se sia colpevole». In questo senso, riportando il concetto all’oggi, quest’assurda amplificazione mediatica trasforma l’indagine in un’immediata condanna alla gogna civile, inflitta da giurie popolari improvvisate e inflessibili. Poi qualcuno non ce la fa, a reggere la pressione, e scivola nella disperazione più buia. $ già successo in passato, continua a succedere.
STILLICIDIO QUOTIDIANO
E tanto per non rimanere nell’accademia, caliamo il discorso sui Sempio, vista la notizia del tentativo di suicidio di Daniela, la mamma di Andrea. Da quando la procura di Pavia ha riaperto l’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, il nuovo indagato e pure i suoi genitori sono sottoposti a uno stillicidio quotidiano di insinuazioni, sospetti, ricostruzioni. Ovvio e anche giusto che i media si occupino di un caso che porta con sé così tanti risvolti, umani e anche giuridici, ma esigere il rispetto dei confini dettati dall’etica e anche dalla legge non è bigottismo mediatico, solo civiltà. Il giornalismo è nato per raccontare i fatti, magari anche per interpretarli, nei limiti della correttezza deontologica, non per cannibalizzare le esistenze. E se da una parte è anche appassionante quando la cronaca riesce a illuminare gli aspetti più oscuri della natura umana, questo non può giustificare, quasi fosse un inevitabile effetto collaterale, il fatto di bruciare vivi coloro che, sventuratamente, si trovano nel loro cono d’ombra.