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Omicidio Balani, "rifare il processo". Ma lui si è fatto 19 anni di carcere

di Claudia Osmetti sabato 20 giugno 2026

3' di lettura

C’è una parola, fa pure parte del gergo giuridico, che descrive bene le motivazioni con cui la corte di Cassazione ha riaperto il “caso Balani”: la sentenza che, qualche anno fa, ha negato la revisione per Andrea Rossi può essere considerata apodittica. Nel senso che ai supremi giudici sembra più dogmatica che ragionevole, più perentoria che rigorosa e logica, al-di-là-di-ogni-ragionevole-dubbio. Epperò, qui, anzi nella Bologna del 2006, in una torrida estate che ricorda questa ma che ha vent’anni in suo assistito, ce l’ha eccome perché l’ora del delitto è stata confusa; com’è che l’ha messo nero su bianco non in una, non in due ma in tre richieste di riapertura del faldone; e com’è che le prime due (una ad Ancona nel 2017 e una a Perugia nel 2023) gli han risposto picche? Com’è che ora, finalmente, meglio tardi che mai anche se nel frattempo Rossi s’è fatto qualcosa come diciannove anni di prigione nei quali è riuscito ad abbracciare una volta sola la sua sesta figlia nata proprio a cavallo di quei mesi, la Cassazione ammette che, se si è disposti a post-datare di qualche ora il decesso di Vitalina (come peraltro fanno i periti in via ufficiale e non a titolo di ipotesi), allora sarebbe il caso di fare sì una «effettiva, rinnovata e globale valutazione» di tutto l’incartamento? E com’è che l’ultimo rigetto, quindi, «esibisce una manifesta illogicità in quanto elude il tema della rilevanza dell’alibi per l’orario successivo (appunto, ndr), sminuendone la portata»?

A questo punto, con le motivazioni appena depositate, fresche fresche di stampa e ufficialità, forse, il ragionamento da fare è un altro. È che c’è il sospetto di un grossolano errore (per carità, tutto ancora da provare) sul quale occorrerebbe quantomeno far chiarezza. Dopotutto basta mettere in fila i fatti. Primo: quando viene trovata morta, Vitalina, che è una cliente di Rossi, si pensa a un decesso naturale; è solo in obitorio che un medico legale noterà delle macchie anomali sul suo collo compatibili con uno strangolamento. Secondo: all’inizio i sospettati sono due, Rossi che ha un debito con lei di circa due milioni di euro e il suo badante straniero che è appena stato licenziato (e che, a oggi, non si sa che fine abbia fatto). Terzo: l’ora della morte viene fissata in base alla testimonianza di un corriere che doveva consegnare dei cuscini alla signora ma che non trova nessuno in casa (solo anni dopo una piccola ipostasi a un braccio rivelerà prima un tentativo di rianimazione da parte del personale medico e poi la convinzione che, col sangue ancora fluido per potersi spostare nelle vene, la morte della signora fosse più recente di quanto si credeva). Quarto: quella stessa notte Rossi la passa nel suo studio a cancellare file relativi ad alcuni suoi debiti con altri clienti, questa è considerata persino una prova a suo carico (sarà invece il suo principale alibi). Quinto: non bastasse, sulla maglietta di Vitalina sono rinvenute delle tracce di dna maschile che non combaciano con quelle di Rossi e che nessuno pensa di verificare.

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Eppure, ad Ancona prima e a Perugia dopo, tutto questo non è sembrato sufficiente. Ora la Cassazione tira fuori la matita rossa. «È addirittura contraddittoria l’affermazione nella quale prima si dice che Rossi non ha un alibi dalle 21 del 14 luglio 2006 alle 6 del 15 luglio 2006 e poi si afferma che un alibi lo ha per una parte limitata di quella finestra temporale, ossia fino alle 23», scrivono i giudici: in sostanza i colleghi perugini «hanno continuato a valorizzare elementi compatibili con la morte di Balani nel pomeriggio e trascurato quelli coerenti con l’esito della perizia». Adesso la palla passa a Firenze dove sarà riaperta la revisione di questo processo intricatissimo e indiziario. «La sentenza è arrivata, aspettiamo che fissino l’udienza», conferma una delle figlie del commercialista, Anna Laura, «là ci saremo tutti, io e i miei cinque fratelli». Diciannove anni sono un’enormità: sono i capelli che diventano grigi dietro le sbarre e un’esistenza ridotta a un fascicolo che passa da una procura all’altra. Magari è la volta buona. Per far corso alla giustizia, niente di più.

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