«In Italia non c’erano mascherine». L’altra sera a “Quarta Repubblica”, Giuseppe Conte ha sfoderato la sua migliore faccia da poker per blindare la versione ufficiale sulla gestione della prima ondata. Peccato che a smontare il bluff, riga per riga, ci abbiano pensato i militari della Guardia di Finanza, trasformando la favola del “Paese senza alternative” in una commedia dell’assurdo. Le carte testimoniano che, tra marzo e maggio 2020, mentre la gente viveva tappata in casa, la struttura commissariale veniva sommersa da ben 541 email di imprenditori pronti a vendere dispositivi di protezione a prezzi stracciati e con consegne lampo. Ma quelle proposte sono evaporate nel nulla.
Le Fiamme Gialle lo mettono nero su bianco con una freddezza che fa riflettere: «In taluni casi» quelle offerte, scrivono, non sembrano nemmeno «essere state prese in considerazione». In altre circostanze, invece, venivano «dirottate» verso un «iter formale più scandito», un giro sulle montagne russe della burocrazia fatto di «registrazione del proponente e l’inserimento dell’offerta nell’apposito portale informatico di Invitalia» e continue «richieste anticipate delle certificazioni dei Dpi». Curioso, notano i militari, che tutta questa pignoleria svanisse di colpo «negli affidamenti diretti ai richiamati consorzi cinesi, se non in una fase successiva alla sottoscrizione delle commesse». In pratica, corsia preferenziale per alcuni e burocrazia spietata per gli altri.
L’affondo della Finanza demolisce la difesa di Conte e di Domenico Arcuri in un colpo solo anche per quel che riguarda lo scandalo della maxi commessa da 1,25 miliardi di euro per le mascherine farlocche cinesi: «La struttura commissariale», si legge nelle informative, «già in epoca antecedente alla prima offerta di Mario Benotti (21 marzo 2020), era nelle condizioni di poter rifornirsi da una più ampia platea di offerenti/distributori, nel pieno rispetto dei principi di imparzialità ed economicità... per la razionalizzazione della spesa pubblica». C’era l’imbarazzo della scelta, insomma, e si poteva pure risparmiare.
Il catalogo dei “no, grazie” rasenta il ridicolo, soprattutto quando a farsi avanti erano i pesi massimi del mercato globale. Manfredi Minutelli, manager del colosso Alibaba, si era offerto di regalare all’Italia una corsia preferenziale: 100mila mascherine chirurgiche al giorno e la disponibilità a mettere gli uffici di Arcuri «in contatto» con le fabbriche cinesi. Tutto gratis, un servizio chiavi in mano che chiunque avrebbe accettato. Eppure il commissariato ha preferito guardare altrove: «La struttura commissariale non si è mai avvalsa del supporto da noi offerto» spiega Minutelli ai finanzieri, svelando un dettaglio incredibile: per muovere i container asiatici, Alibaba aspettava da Arcuri solo una «lista dettagliata dei prodotti... tale lista non è mai arrivata, nonostante sia stata dal sottoscritto più volte richiesta...».
Quando invece da Roma decidevano di rispondere, la logica diventava distopia. Chiedere per conferma ad Antonio Gargano, presentatosi con un’offerta da 60 milioni di pezzi chirurgici per conto di un’azienda greca. Invia una prima mail a Invitalia «senza tuttavia ricevere riscontro», poi si sente rispondere che «nonostante la mia offerta fosse allettante ed economicamente vantaggiosa», c’è scritto nel verbale, «lo Stato italiano non aveva bisogno di queste mascherine in quanto le avrebbe acquistate da produttori italiani», persino a «prezzi maggiori».
Il muro di gomma non ha fatto sconti a nessuno, nemmeno a chi custodiva gli stock già pronti nei magazzini europei. Virgilio Consorti aveva agganci di ferro tra Pechino e l’Olanda e 60 milioni di pezzi pronti da spedire. Quando contatta il commissariato lo liquidano dicendo «che per formalizzare l’offerta dovevo iscrivermi al portale dedicato» pretendendo subito le «certificazioni dei Dpi». Risultato? Quell’occasione d’oro «non è mai stata presa in considerazione». Stessa sorte per Olena Donets, che metteva sul piatto 20 milioni di mascherine con consegna in 2-3 giorni, forniture quotidiane a seguire e nessun pagamento anticipato.
Praticamente l’offerta perfetta nel momento peggiore della storia d’Italia. Eppure, «la mia richiesta non è stata rigettata, credo non sia stata presa in considerazione». Sparita nel nulla. Nel frattempo, la macchina dell’emergenza procedeva con la coordinazione di una mosca contro il vetro. Piergiorgio Bassi invia tre proposte diverse per 10 milioni di chirurgiche e 1 milione di FFP2 sfruttando i suoi canali in Russia e Cina. Un funzionario gli dice che le scorte sono a posto e rifiuta, un altro suo collega di scrivania gli scrive invece che stanno analizzando i dati e servono i certificati. Alla fine, l’imprenditore è rimasto a secco senza «alcun riscontro positivo o negativo che sia». Il vuoto assoluto lo ha provato anche Alberto Maria Fava con la sua proposta per materiale sanitario: «Non ho mai ricevuto alcun tipo di riscontro», una costante di quella primavera.
A leggere i verbali, l’impressione è che per farsi ascoltare servisse un pass speciale. Gino Griguoli offre un milione di FFP2, ma confessa sconsolato: «In merito alle offerte da me veicolate, non ho ricevuto alcun riscontro». Alessandra Pasini sventola l’immediata disponibilità di 3 milioni di pezzi dalla Cina e ancora oggi non sa se l’accordo sia stato firmato o buttato nel cestino. Oliviero Carducci muove addirittura i canali del Ministero degli Esteri per offrire mezzo milione di pezzi al giorno, ma da Invitalia riceve solo il silenzio: «Non sono in grado di riferire le ragioni del rigetto». Un cortocircuito che l’imprenditore Marco Dotto sintetizza con spietata lucidità: «Né io né il distributore estero con cui avevo i contatti abbiamo mai effettuato una vera e propria offerta in quanto mai richiestaci... presumo che il motivo dipendesse dal fatto che ogni volta comunicavamo le condizioni vi era sempre qualche elemento che non coincideva con le necessità di Invitalia». L’ultimo della lista è Ezio Stocco, convinto di poter dare una mano con 20 milioni di dispositivi: «Non sono a conoscenza delle ragioni per cui non siamo stati contattati a seguito dell’offerta fatta». E nemmeno noi.