La collocazione dei cassonetti per la raccolta dei rifiuti può avere conseguenze giuridiche quando odori e rumori superano la soglia della normale tollerabilità. Lo chiarisce la Corte d'Appello di Firenze con la sentenza n. 2195/2026, che ha riconosciuto il diritto al risarcimento a una proprietaria costretta a convivere con cinque cassonetti posizionati a pochi metri dalla finestra della camera da letto.
La donna, come scrive Brocardi.it, aveva denunciato un fetore persistente, rumori notturni dovuti al conferimento dei rifiuti e disturbi causati dalle operazioni di raccolta all'alba, con un significativo peggioramento della qualità della vita domestica. In primo grado la domanda era stata respinta, ritenendo che i cassonetti fossero collocati su suolo pubblico. In appello, però, è stato accertato che i contenitori si trovavano in un'area privata condominiale, rendendo applicabile la disciplina sulle immissioni prevista dall'articolo 844 del Codice civile.
La Corte ha inoltre ribadito che il superamento della soglia di tollerabilità può essere dimostrato anche senza misurazioni scientifiche, attraverso testimonianze e una valutazione complessiva delle condizioni dei luoghi. Nel caso concreto, le deposizioni hanno confermato la presenza di odori insopportabili, la necessità di tenere le finestre chiuse e i disagi provocati dall'utilizzo dei cassonetti nelle ore notturne. Responsabili del danno sono stati ritenuti sia il condominio, proprietario dell'area e in grado di modificare la collocazione dei contenitori, sia la società incaricata della raccolta dei rifiuti, custode dei cassonetti e responsabile della loro gestione. La Corte ha ripartito la responsabilità in misura paritaria, con il 50% a carico di ciascun soggetto.
Pur riconoscendo anche un danno alla salute, accertato con consulenza medico-legale, i giudici hanno ridotto il risarcimento da circa 55 mila a 15 mila euro, ritenendo eccessiva la liquidazione stabilita in primo grado rispetto all'entità dell'invalidità temporanea e alla durata del pregiudizio. La sentenza conferma che la gestione dei rifiuti, pur rispondendo a esigenze di interesse pubblico, non può compromettere il diritto dei cittadini a vivere in condizioni di normale vivibilità all'interno della propria abitazione.