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L'abbaglio dell'estate? La prima guida queer ai musei

L'idea è quella di accompagnare e promuovere l'accessibilità delle persone trans e non binarie negli spazi culturali
di Lorenzo Cafarchio lunedì 6 luglio 2026

3' di lettura

È arrivato in Italia il testo Musei, genere e queerness, la prima pratica guida LGBTQ+ per accedere agli spazi espositivi della nostra Nazione con un occhio rinnovato rispetto alle tematiche queer. Il volume è a cura di Nicole Moolhuijsen, ricercatrice, consulente e coordinatrice del gruppo di lavoro Genere e Diritti LGBTQ+ di Icom Italia, che nella scheda di presentazione sul sito della casa editrice Nomos, nonché gli editori del volume, si presenta con tutta la pletora possibile di pronomi: da "lei" a "lui", passando per lo schwa.

Per darvi la tara dell'autrice, nella sua carriera accademica è in procinto di completare un dottorato in Museum Studies all'Università di Leicester. Leggasi: la ricerca e pratica museale su questioni di genere e queer, dopo un lungo percorso dedicato ad accessibilità, interpretazione e ruolo sociale nella cultura. Verrebbe da vestire i panni di Carlo Verdone e chiedere: «In che senso?», ma andiamo avanti. La Moolhuijsen, dai suoi canali social, spiega che non c'è dietro nessun pensiero ideologico: «Semplicemente, si tratta di riconoscere che i musei, di qualsiasi tipologia, conservano patrimoni capaci di mettere in discussione gli stereotipi di genere, sessuali e familiari. Oltre a questo, i musei possono – e devono – essere strumenti per favorire la coesione sociale e il benessere di tutte le persone».

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C'è qui anche una lunga e logorroica guida su Musei e generi, nata dalla collaborazione tra Icom Italia e il Research Center for Museums and Galleries (RCMG) dell'Università di Leicester, in cui l'idea è quella di accompagnare e promuovere l'accessibilità delle persone trans e non binarie negli spazi culturali. I musei, quindi, come nuovo campo di battaglia. Nelle pagine del libro, nel capitolo dedicato al Museo civico di storia naturale e archeologia di Montebelluna, Emanuela Gili, Giorgio Vaccari e la stessa Moolhuijsen affermano che la rappresentazione di uomo e donna nel passato «in un determinato contesto culturale, sociale ed economico rischia però, senza adeguati strumenti interpretativi, di perpetrare una narrazione storica tradizionale dominata da personaggi rilevanti di sesso maschile e lo stereotipo di genere che lega la donna a ruoli domestici e di cura».

Come fare, quindi, a ovviare al tutto? Come scardinare codesti concetti? Bisogna introdurre «elementi che consentano di superare una visione binaria di genere». Ma, in sostanza, qual è il nesso che muove questi ragionamenti? La riscrittura della storia. O meglio, la sovrascrittura del passato. Luigi Iannone fa notare come, in realtà, «se si legge con attenzione, emerge piuttosto un'altra verità, sempre la stessa... la solita: la richiesta di ulteriori finanziamenti da parte del Ministero». Inoltre, lo scrittore sottolinea che la biografia degli artisti è certamente fondamentale, ma serve «contestualizzare l'opera e capirne gli snodi espliciti e nascosti; ma di tutti gli artisti, non di una categoria specifica».

La questione, però, ridotta all'osso, è il tentativo di plasmare la memoria. Renderla altro, proprio come veniva fatto qualche anno fa quando si imbrattavano le statue – vedi il caso della scultura dedicata a Indro Montanelli, vandalizzata nel 2020 con vernice rosa e sul cui basamento è stato scritto «razzista e stupratore», in quel di Milano – scrivendo una nuova storia per politicizzarla. Facendo ripartire, quindi, ogni ragionamento proprio dall'azione compiuta, con l'esistenza di un poi su cui modellare il prima. Così le bizzarrie di questi decenni sono riuscite nel loro intento. Come fare a trovare una nuova chiave interpretativa? Come fare, quindi, a tracciare un perimetro che non sia solo ed esclusivamente il conservatorismo? Attraverso il Mito. «Il Mito non è storia remota», ricordava Ernst Jünger, «è realtà senza tempo che si ripete nella storia» ed è con questi occhi che dobbiamo accedere ai musei. Non per scoprire chi siamo stati, ma per guardare chi vogliamo essere, con buona pace delle guide queer.

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