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Ricina, "si potevano salvare": 5 medici rischiano grosso, cambia tutto

di Roberto Tortora martedì 14 luglio 2026

2' di lettura

Hanno ingerito dosi massicce di veleno, ma forse potevano ancora essere salvate. Stiamo parlando dell’ormai telenovelica vicenda del mistero della ricina che continua a scuotere Pietracatella, in Molise, dove Antonella Di Ielsi e la figlia quindicenne Sara Di Vita sono morte dopo un’intossicazione da tossine del ricino. La perizia medico-legale di 838 pagine depositata alla Procura di Larino – si legge sul Messaggero - conferma alcuni punti fermi, ma lascia aperti gli interrogativi sull’autore del presunto duplice omicidio premeditato.

Gli esperti hanno stabilito che madre e figlia sono decedute per “un’intossicazione acuta da tossine del ricino” e che la sostanza sarebbe stata assunta “verosimilmente tra il 23 ed il 24 dicembre 2025”, probabilmente attraverso un alimento o una bevanda contaminata. Un dettaglio che pesa nelle indagini è il coinvolgimento dell’intero nucleo familiare. Anche Giovanni Di Vita, marito di Antonella ed ex-sindaco di Pietracatella, avrebbe ingerito la sostanza, seppur in quantità inferiori. I periti evidenziano che l’uomo e le due vittime hanno avuto sintomi ravvicinati: “Tale andamento - si legge nella relazione - caratterizzato da esordio temporalmente ravvicinato nei tre componenti del nucleo familiare e da diversa intensità clinica individuale, risulta compatibile con una esposizione comune avvenuta in un momento antecedente alla comparsa della sintomatologia gastroenterica”.

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La figlia maggiore, Alice Di Vita, è invece rimasta illesa. Nei mesi scorsi la squadra mobile di Campobasso le aveva sequestrato il telefono nell’ambito degli accertamenti. La consulenza chiarisce anche la difficoltà nel determinare il momento preciso dell’avvelenamento. “Il solo dato temporale non consente di individuare con certezza il preciso momento dell’assunzione, ma permette di circoscrivere una finestra temporale ragionevolmente compatibile con l’esordio clinico osservato”. Le analisi tossicologiche hanno rilevato nelle vittime concentrazioni elevate di ricina: 722 ng/mL nel sangue post-mortem di Antonella e 630 ng/mL in quello di Sara. Valori “compatibili con un’intossicazione acuta da tossine del ricino”. Sul fronte medico, i consulenti spiegano che “non esiste un antidoto specifico per la ricina disponibile nella comune pratica clinica”. Tuttavia la relazione non assolve automaticamente i cinque medici accusati di omicidio colposo: “Non è possibile affermare che una diversa condotta sanitaria avrebbe impedito il decesso delle pazienti”. Il giallo resta vivo più che mai, purtroppo.

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