Quest’anno alla Chiesa Cattolica toccherà poco più di un miliardo dei fondi ripartiti in base alla legge dell’8 per mille. Il calcolo è stato fatto in base alle opzioni espresse dai contribuenti nella dichiarazione dei redditi del 2022. È una cifra considerevole e l’8 per mille continua ad essere una delle più importanti fonti di finanziamento del clero. Come è noto, i contribuenti possono decidere di destinare la quota anche allo Stato o ad una delle altre 12 confessioni religiose riconosciute. Chiesa e Stato la fanno da sempre da padroni nell’accaparrarsi i fondi, con la prima che surclassa abbondantemente la seconda: quest’anno, a fronte di una percentuale il 67,75% è toccato alla Chiesa, il 26,58% allo Stato. La spiegazione è semplice: il sentimento cattolico degli italiani, seppure spesso annacquato e non sempre ortodosso, resta profondo.
Eppure, il fatto stesso che siano i cittadini a determinare la quota da destinare ai soggetti coinvolti, è innegabilmente un dato importante per misurare l’indice di fiducia degli italiani nei confronti del maggiore beneficiario. Da questo punto di vista, lo studio del trend con cui le scelte sono mutate nel tempo è molto istruttivo. In un primo tempo, per tutti gli anni ’90, c’è una costante ascesa della Chiesa che erode ogni anno risorse allo Stato. Il minimo storico lo Stato lo raggiunge nel 2005, con il 7,60% delle opzioni a suo favore, mentre la Chiesa viaggia su percentuali che sfiorano il 90%. Dal 2015 circa il rapporto si inverte, con un calo costante per la Chiesa, fino ad arrivare ai dati odierni, i peggiori di sempre. Colpa della scristianizzazione avanzata della nostra società? Non direi. I processi di secolarizzazione nel nostro paese hanno raggiunto l’acme negli anni ’70 e ’80, incrociando la rivoluzione dei costumi dei ceti medio -borghesi con certo ateismo marxista proprio del “lungo Sessantotto italiano”. Dal 1990 la situazione si è assestata: gli effetti della secolarizzazione (chiese vuote, crisi delle vocazioni, interpretazione creative dei dogmi) sono diventati strutturali, ma il bisogno del sacro non può dirsi certo scomparso.
La Chiesa, anche per la presenza di Papi carismatici come Woytila e Ratzinger, si è così ritagliata uno spazio di credibilità e fiducia nella società italiana. Ed è proprio quel capitale sociale che oggi sembra perduto. La Chiesa italiana, da due lustri a questa parte, sembra più interessata a fare politica o ad assomigliare a una sorta di ONG per di più politicizzata che non a coltivare quel trascendente che cova sotto la patina della secolarizzazione e di cui si avverte sempre più l’esigenza.