Il giorno dopo la minaccia da parte della comunità bengalese veneziana di scioperare se il sindaco non concederà loro la costruzione di un’imponente moschea, abbiamo chiesto al primo cittadino lagunare, Simone Venturini, di fare il punto della situazione. Non si aspettava tanto clamore, ma la cosa non lo ha minimamente spaventato. Anzi.
Sindaco, ma davvero si potrebbe arrivare ad uno “sciopero islamico”?
«Guardi a leggere le dichiarazioni di oggi mi sembra che la questione si stia sgonfiando. Il fatto è che la comunità bengalese è variegata, non ha un unico referente e qualcuno mi pare ha già smorzato i toni...».
In effetti uno sciopero per una moschea avrebbe dell’incredibile, non trova?
«Voglio chiarire che io non ne faccio una questione religiosa, ma meramente urbanistica. Io sono un moderato di centro e sono pronto al dialogo con tutti e la comunità bengalese è una presenza importante in città. Questa disponibilità, però, non significa accettare ogni richiesta che ci viene fatta. E una mega moschea nel centro della città, con quel progetto faraonico, urbanisticamente non si può fare. Cozza con il tessuto della città».
La Cgil la pensa diversamente. Ha pure appoggiato apertamente la protesta bengalese...
«Qui a Venezia, ormai, la Cgil è sovrapponibile al Partito democratico. La loro presa di posizione non mi ha per nulla sorpreso».
Il problema è solo urbanistico o c’è dell’altro?
«Una settimana fa, quando ho incontrato alcuni loro rappresentanti, ho spiegato che il Comune è pronto al dialogo, a patto però che ci sia uno sforzo vero verso l’integrazione da parte della comunità. Altrimenti non può esserci dialogo».
E in questi giorni lo sforzo da lei richiesto non si è palesato?
«Ho chiesto loro azioni concrete. Le faccio qualche esempio: la raccolta differenziata. Nei quartieri a forte presenza bengalese è praticamente nulla. E questo non va bene, anche perché comporta notevoli costi di smaltimento per il Comune e per tutta la cittadinanza. Idem per quanto riguarda il decoro dei negozi, sia quelli in centro storico, sia quelli nelle zone più periferiche della città. Per usare un eufemismo, diciamo che non contribuiscono ad alzare il livello del decoro cittadino. O ancora potrei citarle il rispetto per le regole di sana convivenza nei condomini...».
Sembra di capire che la lista sia piuttosto lunga. Sindaco, lei nei giorni scorsi ha indicato anche un altro grande tema riguardante l’islam: il ruolo della donna. È un problema anche a Venezia?
«Oggi la quasi totalità delle donne della comunità islamica bengalese non sono per nulla integrate nel tessuto sociale della città. Girano col velo integrale, quasi nessuna parla l’italiano che è la condizione base per potersi rapportare con il resto dei cittadini -, per questo passeggiano o in gruppo tra di loro, o accompagnate dagli uomini che parlano la nostra lingua.
Poi c’è un altro tema molto importante: l’avvio lavorativo per le donne della comunità islamica è praticamente nullo. Insomma c’è molto su cui lavorare per arrivare a una vera integrazione».
Sindaco dal suo insediamento sono stati chiusi parecchi centri culturali islamici. Non è che dietro la presa di posizione della comunità bengalese c’è un po’ di dente avvelenato per queste iniziative?
«Anche in questo caso non c’è a monte una volontà politica. Si tratta di far rispettare norme urbanistiche che valgono per tutti. La Polizia municipale ha effettuato dei sopralluoghi e ha rilevato irregolarità. Per alcuni centri, quelli storici, c’è la massima disponibilità, una volta sanate le irregolarità, a concedere la riapertura. Per quelli che, invece, erano negli scantinati, nei sottoscala o nei negozi, beh, in quei casi non c’erano e non ci saranno le condizioni affinché vengano ripristinati».
In conclusione?
«Per fare un centro di culto su quel terreno serve una variante urbanistica, che oggi non c’è. E con quel progetto faraonico, con cupole e minareti, quasi a rappresentare un’affermazione politica dell’islam, la variante non verrà concessa. C’è però la volontà, nel caso in cui il progetto venga rivisto in maniera più contenuta, di creare un dialogo per spazi dedicati alla comunità».