Nel suo testamento Francesco Guccini ha nominato erede universale la moglie Raffaella. A lei le case, anzitutto via Paolo Fabbri 43. A Teresa, l’unica figlia, che avrebbe desiderato la casa dell’album più gucciniano, metà dei diritti sulle canzoni e sui libri, la chitarra, l’anello del nonno e un orologio con una raccomandazione scritta a penna, come una postilla d’autore o l’ultima strofa di una canzone senza musica. «Spostare le lancette soltanto in avanti, per non romperlo».
Forse Teresa impugnerà l’atto o troverà un accordo con Raffaella per la dimora bolognese. A Culodritto (così chiamava sua figlia da bambina) Guccini cantava “vola tu dov’io vorrei volare/ Verso un mondo dove è ancora tutto da fare”.
Da morto le indica la direzione: avanti, perché se guardi indietro l’ingranaggio si rompe. Alla moglie affida il passato. Alla figlia chiede di guardare avanti, al futuro. Ma Teresa avrebbe voluto abitare ancora dentro quel passato, a Bologna, in via Paolo Fabbri 43. I testamenti riducono la vita in un elenco di beni e dividono l’amore in quote. Ma nel catasto dei sentimenti i conti non tornano quasi mai.