La borsa di Antonella, un uomo senza nome nelle chat e una domanda che ormai corre di casa in casa: se la Procura cerca la verità dentro la famiglia Di Vita, perché Gianni, marito della vittima e padre di Sara, non è ancora indagato? È il punto cieco, o almeno apparente, del giallo della ricina di Pietracatella. Martedì Gianni Di Vita è entrato e uscito dalla Questura di Campobasso tre volte. Dopo le perquisizioni nella sua abitazione e nei due studi da commercialista, a Pietracatella e nel capoluogo, è tornato spontaneamente per consegnare una chiavetta Usb e due computer. Gli investigatori della Squadra Mobile e dello Sco stanno copiando e indicizzando il materiale, alla ricerca di navigazioni, chat, fotografie, vocali, mail e account social. Di Vita, è stato ribadito, non è indagato. Ma tra i file e i telefoni c'è anche un’altra pista: quella dell’uomo misterioso con cui Antonella avrebbe avuto scambi in chat prima della morte. Un contatto maschile non ancora identificato che gli investigatori stanno cercando di collocare nella vita della cinquantenne. Chi era?
Che cosa si scrivevano? E quel rapporto aveva un significato nella crisi familiare che emerge dagli atti? Sono domande, non risposte. L’altra chiave è la rete di relazioni attorno alla famiglia: amici, parenti, colleghi, il parroco. Quest’ultimo sarà nuovamente ascoltato. Nei giorni scorsi ha anche incontrato il marito dell’insegnante che gli investigatori stanno approfondendo nel contesto dei rapporti personali di Di Vita. Le audizioni sono ormai circa 200. La vicenda da cui è nata l’indagine della procura di Larino inizia nel dicembre scorso: una cena natalizia, madre e figlia che accusano un malore. Antonella Di Ielsi, 50 anni, e Sara Di Vita, 15, muoiono dopo quella che inizialmente appare come un’intossicazione. Poi il dato che cambia tutto: la ricina. Vengono sequestrati gli alimenti. Gli specialisti del Robert Koch-Institut di Berlino esaminano i reperti. Il veleno viene trovato nell’organismo di Antonella e Sara; non è stato invece individuato con certezza il modo in cui lo hanno assunto né la provenienza. Si scopre che Gianni Di Vita, che aveva accusato anche lui malori, in realtà non è mai venuto a contatto con la ricina. L’ipotesi dell’incidente, pur non esclusa, convive con quella del duplice omicidio. Sul fronte digitale, il 28 settembre sono cominciati gli accertamenti tecnici irripetibili sul computer e sulle dieci chiavette Usb sequestrati a luglio nello studio di Di Vita. Si cercano ricerche sulla ricina, rapporti personali, appunti e messaggi.
Ed è qui che torna la domanda su Gianni Di Vita. Perché, nonostante l’evidente pressing dei magistrati, non è indagato, ma resta una persona informata sui fatti e parte offesa? Per l’avvocato penalista Andrea Pallazzeschi del Foro di Firenze, «la differenza è sostanziale. Chi viene sentito anche più volte come persona informata sui fatti deve rispondere e dire la verità. Se invece assume la qualità di indagato, entra in un diverso sistema di garanzie: può non rispondere e viene sentito con il proprio difensore». Se non è indagato, inoltre, può consegnare in modo spontaneo materiale utile alle indagini. Può essere intercettata una persona non indagata? «Sì, indirettamente, in determinate condizioni chiarisce Pallazzeschi, - per esempio quando entra in contatto con un soggetto intercettato o quando l’intercettazione è ritenuta indispensabile ed è inerente ad un reato particolarmente grave». Il duplice omicidio, lo è. E la questione delle dichiarazioni false? «Se una persona è sentita dal pm come persona informata sui fatti e mente, può rispondere anche personalmente delle falsità. Tuttavia, se una dichiarazione falsa è resa per tutelare se stessi da un grave pregiudizio personale, sussiste l’esimente di cui all’articolo 384 del codice penale, che possono operare anche rispetto alle false dichiarazioni rese al pubblico ministero. Non è un “diritto a mentire”, ma una specifica causa di non punibilità da verificare caso per caso. Se invece viene interrogato dalla polizia giudiziaria, risponde di falso». Ora, però.il tempo delle persone informate sui fatti potrebbe essere agli sgoccioli. «A volte il pm può decidere di non far sapere che una persona è indagata, succede». Chiosa il penalista: «Quando arriverà l’incidente probatorio sulle prove raccolte fin qui, servirà un nome». Quello dell’indagato che, con il proprio difensore, potrà partecipare all’atto. Il nome che manca.