Doveva essere la manifestazione della Milano antifascista per rispondere a un’aggressione di stampo politico ai danni di un giovane studente. Ed è finita secondo i dettami dell’antifascismo militante con cori come «la Resistenza ce l’ha insegnato: uccidere un fascista non è reato» e scritte contro la memoria di Sergio Ramelli e di Norma Cossetto. Scenario. Circa tremila persone hanno preso parte al presidio, poi divenuto corteo, nei pressi del liceo Einstein di Milano. Un percorso che li ha condotti fino all’Università Statale. In piazza un po’ tutte le voci della sinistra. Prima Claudia Pinelli, figlia del ferroviere anarchico morto precipitato dalla Questura di Milano nel dicembre 1969, che ha detto di essere scesa in strada «per esprimere solidarietà perché ci sono tempi veramente preoccupanti e perché un ragazzo è finito in ospedale per aver strappato un manifesto». Poi l’immancabile voce dell’Anpi. «L’uscita dei fascisti negli ultimi tempi non solo a Milano è il segno che c’è una tolleranza nei loro confronti, è il clima generale che favorisce queste uscite», parole a firma Primo Manelli, presidente dell’associazione nazionale partigiani d’Italia della provincia di Milano. Arriva il Partito democratico. Pierfrancesco Majorino, capogruppo dem in Regione Lombardia, ha dedicato due post social alla vicenda. Nel primo asserisce che «da militante di sinistra e da cittadino del quartiere dico davvero grazie alle ragazze e ai ragazzi che ci hanno convocato». Mentre nel secondo se la prende con Vannacci e Burgio. Sulla stessa falsariga Alessandro Capelli, segretario del Pd metropolitano, e gli altri partiti di sinistra.
Passa la sbornia del corteo, ma restano le voci. I cori di cui vi abbiamo detto a inizio articolo e le scritte. Speciose. In viale Umbria, all’angolo con via Tertulliano, ce ne sono due. La prima recita, in rosso, “la resistenza vince sempre”. La seconda, vergata in nero, dice “+ Ramelli”. Con la vicenda dello studente missino, ucciso a 18 anni nel 1975 dalle chiavi inglesi di Avanguardia operaia, perennemente al centro del pubblico ludibrio antifascista. Su una pensilina, con la firma della A di anarchia, la vernice dice “1000 Ramelli”. Adiacente all’ingresso dell’istituto Verri, invece, è comparsa la dicitura: “Fasci appesi”. Anche Norma Cossetto, la studentessa 23enne uccisa e infoibata dai partigiani titini, ha subito la sua dose di onta. Sulla targa in suo onore, affissa nel giardino che la città le ha dedicato, c’è il nome imbrattato e quattro lettere: “Suca”. Quest’ultima piastra l’hanno pulita, ieri, il consigliere comunale Francesco Rocca e il consigliere di municipio 4 Davide Rocca, entrambi esponenti di Fratelli d’Italia. «Il giardino non deve essere ostaggio dell’odio politico. Noi in meno di 24 ore, su nostra iniziativa, abbiamo pulito la targa perché non si infanga la memoria di Norma Cossetto, non si infanga la memoria di un’italiana. Non c’è spazio per le nostalgie degli anni ’70», ci dicono i due.
Carlo Fidanza, capodelegazione di Fdi al Parlamento europeo, ci dice che «imbrattare la targa dedicata a Norma Cossetto e rievocare l’assassinio di Sergio Ramelli non sono bravate, ma vili oltraggi di chi continua a cercare il pretesto per riportare nelle strade di Milano parole, simboli e gesti che evocano gli anni più bui. Chi finge di combattere l’odio utilizzando proprio il linguaggio dell’odio non può permettersi di dare lezioni». Infine la stoccata alla sinistra che «dovrebbe avere il coraggio di affrontare la realtà. Per troppi anni l’antifascismo militante è stato utilizzato come una sorta di lasciapassare morale, dietro il quale giustificare intimidazioni, aggressioni, vandalismi e la demonizzazione dell’avversario. Ma difendere la democrazia significa anzitutto riconoscere la dignità e la memoria di tutte le vittime, anche quando appartengono a una storia che qualcuno preferirebbe ancora cancellare». E intanto gli echi dei cori e delle scritte restano.