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Vademecum per evitare il Cpr ai migranti

di Simona Pletto lunedì 12 ottobre 2026

3' di lettura

Due fogli scritti a mano, un vademecum per sottrarre i migranti ai Cpr e istruzioni su come comportarsi in caso di perquisizione. Gli appunti circolati nel carcere della Dogaia sono finiti sul tavolo della Procura di Prato e ora potrebbero aprire un nuovo filone d’indagine, legato all’inchiesta di Ravenna sui presunti certificati medici falsi per impedire i rimpatri. La «guida» affronta il rischio di una contestazione per falso ideologico e richiama il caso ravennate. Tra gli escamotage compare l’invito a fare leva sulla sofferenza e la fragilità psichica del paziente per motivare la non idoneità. Il testo cita l’art. 481 del codice penale e le sanzioni. Il secondo foglio, intitolato «Testo unico immigrazione», richiama le procedure di espulsione e trattenimento, le notifiche in una lingua comprensibile allo straniero e la direttiva rimpatri del 2008. Il documento affronta anche le perquisizioni: «Deve esserci un mandato», si legge, con l’indicazione di chiamare un avvocato e, se non disponibile, chiedere la presenza di una persona di fiducia. In calce compaiono i nomi di Eugenio Losco, legale dell’infettivologo Nicola Cocco, e del dottor Gozzi. Non è chiaro chi abbia scritto i fogli, né se fossero destinati ai sanitari o ai detenuti stranieri in procinto di essere trasferiti.

Il caso s’innesta nell’inchiesta «madre» della Procura di Ravenna, coordinata dal pm Angela Scorza. Le indagini sono emerse a febbraio con le perquisizioni nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci. Otto medici sono indagati per falso ideologico; per alcuni è contestata anche l’associazione per delinquere e l’interruzione di pubblico servizio. Secondo l’accusa, certificazioni relative a patologie come tubercolosi o scabbia sarebbero state usate per dichiarare non idonei al trasferimento alcuni stranieri destinati ai Cpr, senza avviare adeguate cure. Sono ipotesi da verificare in sede giudiziaria, non responsabilità accertate.

Il 16 settembre l’indagine s’è allargata con perquisizioni nei confronti di altri 23 medici in Italia, per verificare l’eventuale esistenza di una rete nazionale. Tra gli indagati figura appunto il dottor Cocco, referente della Società italiana di medicina delle migrazioni, tra gli indagati a cui viene contestata pure l’associazione per delinquere. Per la Procura di Ravenna sarebbe il regista della rete «Mai più lager – No ai Cpr», sospettata di aver promosso un sistema per ostacolare i trasferimenti nei centri per il rimpatrio attraverso certificazioni mediche. La difesa di tre infettivologhe ravennati sospese per 10 mesi ha discusso in Cassazione il ricorso contro la misura: la decisione è attesa nei prossimi giorni. La scoperta di Prato non dimostra l’esistenza di un coordinamento né la falsità di singole certificazioni. Ma il contenuto dei fogli pone un tema cruciale: le valutazioni sanitarie devono basarsi sulle condizioni cliniche effettive, non diventare strumenti per ostacolare l’applicazione delle leggi. La tutela della salute è un dovere; usarla come scorciatoia per sottrarsi ai rimpatri sarebbe tutt’altra cosa. Il caso di Prato riaccende lo scontro sui Cpr in Toscana. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha ribadito che il governo non intende arretrare sulla loro utilità; il presidente della Regione, Eugenio Giani, chiede garanzie e una riforma. Chiara La Porta, capogruppo FdI in consiglio regionale, ha annunciato un’interrogazione. Va accertato chi abbia scritto le pagine, come siano arrivate alla Dogaia e quale uso ne sia stato fatto.

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