È che forse la faccenda ci sta un tantinello sfuggendo di mano. Guardala lì, ce l’abbiamo tutti o quasi, in tasca, nel portafoglio, la carta d’identità elettronica, quella valida per l’espatrio, al (nuovo) secolo la cie, che spergiura di cambiarci la vita (ed è così), che è il nuovo modo, più “smart”, più digitale, di interfacciarsi con la pubblica amministrazione: la scansioni per accedere al tuo fascicolo sanitario e vedere le visite che hai prenotato al cup, la usi per entrare nel tuo account dell’Inps e controllare i bollettini della pensione, è uno spid gratis e comodissimo. Ma non per tutti.
E no, non è una questione di capacità, di bravura nello smanettare su un cellulare connesso a internet tramite un’app certificata: nel senso, conta anche quello ma è un altro discorso. Qui il punto è che siamo già pieni di furbetti e furboni della cie. Anzi, del suo microchip integrato. I primi sono quelli che lo manomettono, alle volte con la precisione di un chirurgo in sala operatoria lo esportano, te la lasciano con un buco nel centro e si rivendono il chip ai delinquenti che campano di identità false come una moneta da tre euro. I secondi sono i complottisti della nuova era, che ‘sta benedetta cie se la alterano da soli, la rovinano, la modificano, sostanzialmente arrivano al medesimo risultato (si privano del microchip) perché credono di vivere in un enorme Grande fratello e di essere virtualmente tracciati da vai a sapere bene chi.
Allerta spoiler per entrambe le categorie di novelli geni, non si fa, è un reato, ci possono essere conseguenze gravissime sul piano penale, si rischia addirittura l’arresto (infatti qualcuno è già finito in manette per averci provato). Prendi il ragazzo di 36 anni di Roma, disoccupato, già noto alle forze dell’ordine, che questo fine settimana è stato fermato dai carabinieri, ha mostrato loro una carta d’identità col chip rimosso probabilmente per impedire i riscontri di routine, e si è beccato un’accusa per possesso e fabbricazione di documenti falsi. O le quattro persone arrestate e denunciate nel Napoletano, il venerdì prima, tutte in controlli differenti ma manco nell’arco di ventiquattr’ore, più o meno nelle stesse condizioni. O i tre denunciati in provincia di Padova, i nove nel Vicentino, i quattro a Civitanova Marche, la decina di sequestri operati a Genova, gli altri tre ad Acerra, a Mantova, a Prato, ad Avellino. Ma cosa cribbio sta succedendo? Succede che è mezza fobia e mezza truffa, è un po’ il segno dei tempi e un po’ una china da deriva paranoica: ché passino (si fa per dire) i mascalzoni fuorilegge che ci provano, da sempre, ad alimentare il mercato dell’illegalità, ma che ci siano pure i cospiratori dell’anagrafe forse è troppo.
Eppure i forum nel web e anche qualche pagina social sono pieni di teorie e ipotesi secondo cui i microchip “del governo” servirebbero mica per recuperare in un click la tua posizione fiscale, macché, semmai per tracciare gli spostamenti, segnare chi ne ha uno e non perderlo più di vista, collegarlo persino a un non meglio precisato “sistema di controllo” nel quale “loro” (loro chi?) sarebbero in grado di sapere tutto di te, da cosa mangi a cosa compri, e riuscirebbero anche a bloccarti la possibilità di fare acquisti in tutti modi (online ma anche sotto casa) per ridurti alla fame se non ti adegui “al sistema”. In realtà è il solito copione delle mille follie già viste in questi anni (sulle scie chimiche e sul 5g e su tutto ciò che ne segue) ed è pure una “moda” che rischia di incartarsi su se stessa: a parte la denuncia penale che è dietro l’angolo, sbarazzarsi di quel chip nel quale (certo) sono contenuti tutti i dati, è la sua funzione, non è la mossa più brillante che ci sia. Che fine fa, poi? Chi se lo prende? E se finisce nelle mani sbagliate (ossia in quelle della criminalità)?
Tra l’altro di anomalo non c’è il becco di niente: le informazioni che ha il chip sono personali, sono le foto e le impronte digitali del suo titolare. Non c’è nessun gps (lo conferma anche il ministero dell’Interno, ce ne fosse bisogno) o altra diavoleria che potrebbe far pensar male. Signori, non ne val proprio la pena.