«Ero contento se ti avessero spaccato la testa, guarda. Te la spaccherei io». Così uno dei papà dei maranza fermati in piazza Duomo nel weekend accompagna fuori dalla Questura di Milano il proprio figlio. Sono decine i genitori accalcati in via Fatebenefratelli, in attesa di riportare a casa i figli minorenni che sono stati fermati dalla polizia per aver sfasciato la città. Molti sono arrabbiati, molti delusi, altrettanti non hanno alcuna voglia di parlare per la vergogna e l’amarezza.
«Alle 18 sono tornata e non era a casa. Mi ha detto che era in Duomo con un amico e che c’era casino. Ieri c’è stata delinquenza vera. Lui appartiene al gruppo dei pirla, si ferma a guardare e... Oggi aveva il colloquio di lavoro», racconta una mamma che non si dà pace. E ancora, il padre di un ragazzo che «studia in Svizzera» racconta infuriato: «Mi hanno chiamato ieri sera, sono cazzi suoi, problemi suoi». L’uomo, di origini romene, si sfoga: «Mi spacco la schiena al lavoro tutti i giorni e mi vergogno ora a venire qua dopo 30 anni in Italia. Se mio figlio ha sbagliato, pagherà. Sono deluso da lui». Un papà italiano, invece racconta di come le forze dell’ordine abbiano avvisato a casa nella notte: «Il commissariato ha chiamato la mamma stanotte, non ho la più pallida idea di cosa abbia combinato», dice con un sorriso amareggiato.
I commenti sono tutti di questo tenore, ma una domanda sorge spontanea: prima dov’erano questi genitori? Possibile che centinaia di ragazzotti, anche giovanissimi, di 11, 12 e 13 anni, siano diventati improvvisamente dei delinquenti senza che le loro famiglie si accorgessero di niente? Perché, se è vero che probabilmente la maggior parte delle mamme e dei papà che ieri attendevano i loro figli all’esterno della Questura sono onesti lavoratori, lo è altrettanto il fatto che l’educazione dei giovani sia in capo alle loro famiglie. Tra i 220 minorenni fermati non ci sono solo maranza o seconde generazioni di immigrati. Ci sono anche figli di italiani, di famiglie benestanti. Giovani che però non hanno esitato ad unirsi alla sassaiola contro gli agenti. Segno che il disagio giovanile di chi vive nei quartieri più poveri c’entra, ma fino a un certo punto.
Qualche ragazzo comincia a uscire. Chi con la testa bassa e il cappuccio in testa; chi raccontando la notte in galera. «Eravamo in 28 in cella. Ci hanno dato da bere e da mangiare, ma poche coperte, non bastavano per tutti. E oggi ci hanno dato un foglio, e basta». La costante è l’amarezza e la delusione sui volti di tutti i genitori. Ma è evidente che qualcosa, anche tra le mura di casa, non ha funzionato.