Il garantismo è come certi amori, fa giri immensi e poi, quando meno te l’aspetti, ritorna. Prendiamo Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano e fuoriclasse del “prima in galera, poi vediamo”: giusto l’altro giorno iniziava il suo editoriale con il consueto sarcasmo, «più vediamo all’opera i “garantisti”, più siamo fieri della nomea di giustizialisti». D’altro canto, in molti hanno notato la prudenza - per usare un eufemismo - con cui il suo giornale ha trattato la notizia dell’identificazione dell’inventore della famigerata sigla “Movimento 17 ottobre”, tal Youssef Siher, che secondo gli inquirenti avrebbe aizzato e tentato di indirizzare le manifestazioni che hanno provocato disastri a Milano e in altre città. Tutto da dimostrare ovviamente, ma un notizione, comunque la si veda, messo in prima pagina da pressoché tutti i giornali.
Il Fatto no, alla cosa ha dedicato un “taglio basso” interno. Legittimo: ognuno fa il giornale che si merita. Ma tale cautela non è per caso dovuta alla circostanza che il tipo è stato per anni collaboratore proprio del Fatto? In effetti nel pezzo lo si segnala, insieme al belluino «Allahu Akbar!» postato da ’sto Youssef dopo la strage di Hamas del 7 ottobre. Riportando questo commento, l’articolo scrive - con inaspettata delicatezza - «avrebbe», e però è circolata la schermata del suo account, dunque perlomeno in questo caso il condizionale suona davvero iper garantista. Già... E se invece fosse semplice imbarazzo?