Allarmi bomba sugli aerei; attacchi hacker ai supermercati, banche, sanità; alert nucleari fasulli: è guerra ibrida? Ne è la Russia l’origine? Ne parliamo con Luigi Sergio Germani: direttore dell’Istituto Giro Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici, ed esperto sia di politica interna ed estera russa che di guerra cognitiva e ibrida. «Sicuramente, è un fronte. Il termine guerra ibrida, in effetti, viene contestato soprattutto da esperti dei Paesi baltici, dei Paesi nordici e della Polonia, secondo cui sarebbe un modo politicamente corretto per non dire terrorismo. Ma credo che il concetto possa essere usato. L’attribuzione non è matematica, ma è chiaro che sono i russi e che fa parte di questa strategia di destabilizzazione che è iniziata nel 2024.
All’inizio con azioni non cyber: gli attacchi a cavi sottomarini nel Mar Baltico, reti ferroviarie, centri commerciali, magazzini, fabbriche di armamenti. Ma poi si sono intensificate le attività di guerra elettronica e jamming contro voli civili. E ci sono stati episodi inquietanti come i pacchi Dhl che hanno preso fuoco o sono esplosi in magazzini in Germania e Regno Unito. Molte di queste azioni sono state compiute da criminali comuni, ma reclutati dal Gru o dall’intelligence militare russa su Telegram. Si è detto che la finalità era di destabilizzare e indurre i governi europei a non appoggiare più l’Ucraina, ma in realtà il vero obiettivo era di raccogliere informazioni su come l’Europa avrebbe affrontato questa sfida, per poter poi lanciare un’offensiva terroristica di più alto livello.
Che adesso è iniziata?
«I russi hanno creato proprio nel 2023 una struttura all’interno del Gru che si chiama Servizio per le Attività Speciali, Ssd. Specializzata in attività di sovversione violenta, sabotaggi e assassini, soprattutto in Europa, ha assorbito altre strutture, come questa famigerata unità 29155 del Gru responsabile di azioni di destabilizzazione violenta in Paesi come, Montenegro, Moldova, Armenia o Spagna, e anche del tentato assassino di Sergei Skripal a Salisbury nel Regno Unito con l’aggressivo chimico Novichok. L’obiettivo primario adesso è dissuadere l’Europa, spargendo paura nell’opinione pubblica per poterla indurre a far pressione sui governi per non aiutare più l’Ucraina. L’obiettivo strategico più a lungo termine è indebolire l’Europa.
Potrebbe peggiorare?
«Questa è la preoccupazione. Si potrebbe arrivare a attentati veri e propri».
Ma come si risolve, visto che difendersi può costare più che attaccare?
«Bisogna adottare un approccio completamente diverso alla sicurezza, sul modello finlandese. È quello che ha proposto Crosetto: coinvolgere nelle attività di prevenzione tutto il sistema Paese e la società civile. Però prima ancora ci vorrebbe una consapevolezza di questa minaccia, cosa che in Italia non si sta facendo. Il governo è un po’ cauto nell’attribuire queste cose alla Russia, e quindi c’è un problema di consapevolezza della società civile. Poi bisognerebbe raggiungere un livello sempre più elevato di coordinamento e di integrazione di tutti gli apparati di sicurezza italiani. Interni, Difesa, Esteri, Polizia, Carabinieri, Finanza. Il sistema continua a essere frammentato, bisogna creare presso la presidenza del Consiglio dei Ministri un National Security Council per garantire questo coordinamento. Poi bisogna potenziare molto l’intelligence, specie preventiva. L’Italia, ad esempio, è stata criticata perché tende a rilasciare troppi visti a cittadini russi, e poi ci sono stati degli scandali come quello dell’Uzbekistan, dove l’ambasciatore ha fatto entrare per sei mesi senza controllo centinaia di russi che pagavano. Una parte potrebbero essere stati funzionari sotto copertura dei Servizi russi, che sono quelli che fanno questo tipo di attività sovversive e terroristiche. Non è che fanno solo spionaggio. Ma sono cose che bisognava iniziare molto tempo prima. Altri paesi europei già nel 2017-18 hanno creato delle strutture per contrastare la disinformazione sponsorizzata da Stati come la Russia, Iran e Cina, ma l’Italia non ha fatto nulla in questo campo. L’Italia è uno dei pochi Paesi che non ha formalmente una strategia di sicurezza nazionale come hanno gli altri. Un documento in cui si analizzano quali sono le minacce prioritarie e come si devono affrontare».
Giorgia Meloni dice appunto che le spese per la difesa servono anche a questo scopo. Come indirizzarle?
«Bisognerebbe utilizzarle anche per creare queste sinergie tra società civile e istituzioni. I fronti della destabilizzazione sono tanti: non solo le minacce sugli aerei o alle scuole, però c’è anche l’estremismo e l’eversione, perché loro giocano su questo. Lì basta studiare le cosiddette misure attive sovietiche durante la Guerra fredda, quando hanno appoggiato il terrorismo e l’estremismo di sinistra, in Italia e in altre parti d’Europa. Adesso stanno tornando a questa tradizione delle misure attive, quindi le spese per la difesa devono servire anche a questo. Appunto, come ha detto Crosetto, il modello finlandese».