"No alla guerra" è la scritta - sui dei cappellini rossi simili a quelli 'Maga' spesso indossati dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump - che i senatori del Movimento 5 stelle hanno mostrato nell'Aula di Palazzo Madama durante le dichiarazioni di voto sulle risoluzioni alle comunicazioni del governo sul prossimo Consiglio europeo e sugli sviluppi della crisi in Medio Oriente.
"Le facciamo un regalo. Quando incontrerà Trump - ha affermato il capogruppo Luca Pirondini rivolgendosi alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni - lo indossi e gli dica che gli italiani non sono più disponibili a essere complici. Gli dica che l'Italia ha la schiena dritta e che la Costituzione dice che l'Italia ripudia la guerra". "Il fatto che lei venga a riferire in quest'Aula non è una concessione ma un suo dovere", ha detto ancora Pirondini nel suo intervento in Aula. E subito dopo tutti i suoi compagni di banco hanno esibito i medesimi cappellini.
"Lei non condanna l'intervento in Iran perché manca di coraggio", ha affermato ancora il grillino. "È cambiata molto. Quando era in minoranza diceva che si deve difendere il diritto internazionale", ha ricordato invitando poi il governo ha 'girare' sul costo dei carburanti il miliardo "buttato in Albania" e a dire qualche "no a Trump".
"Mi stupisce che non siate d'accordo neanche stavolta, che abbiamo la stessa posizione della maggior parte dei Paesi Ue. Il vostro mantra non era "dobbiamo stare dalla parte dell'Europa"? A meno che non intendevate che dobbiamo stare dalla parte della sinistra europea, in tal caso non posso aiutarvi". Queste le parole di Giorgia Meloni nell’Aula della Camera in replica dopo la discussione generale sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, nonché sugli sviluppi della crisi in Medioriente. E ancora, sempre riferendosi alle opposizioni: "Sappiamo che la tentazione diciamo di esportare la democrazia e il modello valoriale occidentale basato sulla libertà, basato sul rispetto della dignità umana, con la forza è da molti anni argomento di dibattito. Io personalmente ho detto in molte occasioni che non ne sono mai stata una fervida sostenitrice, ma chiaramente è un dilemma molto complesso. Da una parte il rischio di dar vita a un atto di arroganza tipica di una visione se vogliamo eurocentrica del mondo, dall'altra il dubbio se sia giusto rimanere inermi di fronte al massacro di innocenti, quando si avrebbe la possibilità di agire. Però mi si consenta di aggiungere che c'è un dilemma ancora più complesso di questo, ed è capire come sia possibile che alcuni sposino l'una e l'altra tesi con la stessa convinzione, in modo altalenante, con una disinvoltura sorprendente".
Poi il riferimento "ad alcuni degli interventi che ho sentito, particolarmente in questo caso dai colleghi del Pd, De Luca, Braga, che dicevano 'la democrazia non si esporta con le bombe', perché signori scusate viva gli americani che liberano l'Europa dal nazifascismo, ma no agli americani che liberano dalla dittatura altri popoli in altre parti del mondo. Viva i bombardamenti degli Stati Uniti di Bill Clinton alla Serbia, per fermare i massacri di civili in Kosovo e la partecipazione italiana a quei bombardamenti senza passare dal Parlamento della Repubblica italiana, ma no agli interventi militari per fermare i massacri in Iran o in altre parti del mondo. Viva gli attacchi americani sotto Obama in Libia per rimuovere l'impresentabile dittatore Gheddafi, ma no a rimuovere il presentabilissimo dittatore Maduro. Ora io francamente non condivido questo strabismo ed è difficile oggettivamente capire come questo possa stare insieme, cioè non credo che il tema del diritto internazionale si possa risolvere stabilendo che un attacco unilaterale, un bombardamento o la rimozione di un dittatore vanno bene quando a capo degli Stati Uniti c'è un governo democratico e non vanno più bene quando a capo degli Stati Uniti c'è un governo repubblicano".
Per quanto riguarda le contestazioni sulle energie rinnovabili, il presidente del Consiglio insiste: "Non è vero che noi abbiamo bloccato o demonizzato le rinnovabili. Assolutamente no, i provvedimenti di questo Governo dimostrano che non è così. Noi abbiamo fatto semmai un'altra cosa: siamo intervenuti sulle enormi speculazioni che si annidavano dietro le rinnovabili. In particolare, siamo intervenuti su quelle rendite eterne che i consumatori pagano in bolletta su impianti che sono già stati pagati dai consumatori in bolletta. E quindi sì, su questo siamo intervenuti. La posizione del Governo è: sì alle rinnovabili, no alle speculazioni per le rinnovabili. E anche questo mi pare un tema sul quale ci si potrebbe tranquillamente trovare". Finita qui? Niente affatto: le opposizioni chiedono "che torni in Parlamento venerdì quando ci sarà l'Odg del Consiglio europeo. L'Odg del Consiglio europeo c'è da mesi, c'è la bozza delle conclusioni. Non volete accogliere il mio invito? Va bene, ma non vi trincerate dietro questioni che non stanno né in cielo né in terra".
Non manca la risposta a Roberto Speranza: "Il collega Speranza mi legge l'articolo 11 della Costituzione come se l'Italia stesse partecipando a una guerra. Devo ricordare al collega Speranza che è stato un governo di sinistra a partecipare a una guerra, bombardando la ex Jugoslavia, con gli americani, senza passare dal Parlamento. E immagino che sia stato assertivo come allora". E, sempre contro il M5s: "Questo governo è stato l'unico a chiedere contributi per miliardi al sistema bancario. Mi chiedo perché non lo abbiate fatto quando eravate al governo nonostante i proventi miliardari che le banche facevano grazie ai vostri provvedimenti". Poi la stoccata finale: "Colleghi, per favore, è anche tardi...". La premier si rivolge alle opposizioni e, in particolare ai 5 stelle, che la contestano interrompendola. "Sono molto contenta - ironizza - di essere diversa da voi".
Fonte video: Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev
"Come si chiama quel co****ne che continua a urlare?": queste le parole sfuggite al presidente del Senato Ignazio La Russa, che non si è accorto di avere il microfono aperto in aula durante una seduta sull'esito alla richiesta di aiuti dai paesi del Golfo del 5 marzo. Dopo l'intervento di un senatore del Movimento 5 Stelle, Ettore Antonio Licheri, La Russa si rivolge alla persona al suo fianco e commenta: "Interventone". Poi chiede: "Come si chiama quel co****ne che continua a urlare?". E quando gli segnalano il nome del senatore del Pd, Antonio Nicita, aggiunge: "Nicita abbiamo apprezzato il suo intervento". E subito dopo la replica del senatore: "Grazie presidente".
Non è tardata ad arrivare la replica di Nicita, che ha dichiarato: "Ho appreso che il presidente La Russa nella giornata di giovedì scorso, si è rivolto al segretario generale, a microfoni spenti all'aula ma non alle tv, appellandomi con il termine volgare. Si tratta di un fatto molto grave che evidenzia mancanza totale di rispetto istituzionale e inidoneità al ruolo. Talmente grave che il Regolamento non prevede casi di tutela dei parlamentari per offese dirette a membri del Parlamento. Il fatto che il microfono fosse spento è un aggravante, non solo perché non ho potuto difendermi in quel momento, ma anche perché ciò evidenzia semmai la consuetudine di un linguaggio non idoneo al ruolo e all'istituzione".
E ancora: "Al segretario generale va la mia solidarietà per essere stato costretto a condividere quel linguaggio. Il tema non sono, infatti, le scuse personali, che non chiedo. Perché in questa istituzione sono stato offeso come senatore e l'offesa ha riguardato il Senato tutto, ciò che ciascuno di noi rappresenta e ciò che lo stesso presidente dell'istituzione rappresenta. O almeno dovrebbe rappresentare. La tutela non può dunque che essere richiesta fuori dall'Aula. Che esempio diamo alle scolaresche che vengono in Senato ad assistere ai nostri lavori? Forse l'idea che il potere conferisce a chi lo esercita il bullismo e l'impunità di offendere la dignità altrui? Come possono restare credibili le istituzioni democratiche se in aula avvengono fatti così gravi da parte del presidente?".
La "stanza del silenzio" trasformata in aula dedicata alla preghiera islamica. "Mi è stato segnalato che all’Università di Brescia la 'stanza del silenzio', un’aula originariamente pensata per la meditazione e per la preghiera in questi giorni è stata praticamente trasformata in moschea con tappeti a terra e separé divisorio per le donne. Inoltre sui muri ci sono addirittura volantini per le invocazioni ad Allah dopo la preghiera obbligatoria", tuona Silvia Sardone.
Il vice segretario della Lega spiega che "in pratica lo spazio comune è stato trasformato in moschea, con buona pace del rispetto verso i fedeli di altre religioni. Nel campus dell’università proprio in questi giorni si è tenuto anche l’iftar per rompere il digiuno del Ramadan. Francamente non credo che le università debbano favorire processi di islamizzazione: qualche mese fa era scoppiata la polemica per l’apertura, all’Università di Catanzaro, uno spazio per la preghiera islamica con un cartello che segnalava la moschea nell’ateneo".
Un fatto non nuovo, visto che "l’anno scorso avevamo visto al Politecnico di Torino la preghiera del venerdì, con sermoni pro resistenza in Palestina del predicatore islamista. Ci viene sempre detto che i luoghi del sapere debbano essere laici ma ultimamente tra scuole chiuse per il fine del Ramadan, aule studio trasformate in moschea e studenti musulmani favoriti nelle interrogazioni vediamo esattamente il contrario. È inaccettabile!".
Le "stanze del silenzio" a Brescia sono state inaugurate nel 2022. L'obiettivo? "Due nuovi spazi dedicati alla meditazione, al raccoglimento, alla preghiera e alla riflessione intima spirituale, a disposizione di studenti e personale universitario", si leggeva sul sito. Spazi ora dedicati solo agli islamici.
Si è tenuta oggi un flashmob a sostegno del Sì al referendum sulla giustizia del 22-23 marzo 2026, organizzata da Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, nel
cortile ovale (Agora Bronislaw Geremek) all'interno della torre circolare dell'edificio Louise Weiss dell’Eurocamera. Gli eurodeputati di FdI-Ecr hanno tenuto un flashmob, formando un grande “Si” umano e alzando cartelli con la scritta “Si, Riforma”.
Per il capodelegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo Carlo Fidanza: “Il Sì alla riforma della giustizia ci allinea all’Europa. Sono infatti ben 25 su 27 gli Stati membri dell’Ue in cui vige la separazione delle carriere ed è tempo di colmare questo divario antistorico. Così come la terzietà e l’imparzialità del giudice è un principio sancito dai trattati Ue che in Italia può essere realizzato pienamente soltanto con la riforma”.
“Il referendum rappresenta un’occasione che non avremmo più per generazioni”. Così dichiara il copresidente del gruppo Ecr a Bruxelles Nicola Procaccini. “Quella di liberare la magistratura dalle correnti politiche. L’occasione di avere quella separazione dei ruoli tra chi accusa e chi giudica, che è la normalità di pressoché tutte le democrazie europee e occidentali”.