Piedone è un ragazzone di trent’anni con il piede ingigantito dalla magrezza dei suoi arti. Un giorno l’hanno trovato dentro un cespuglio del boschetto della droga con la gamba in cancrena piena di vermi. «Se non ti curi muori», gli ha detto il poliziotto. Lui non capiva bene cosa volesse dire quel verbo stralunato che veniva dal mondo civile e gli picchiava in testa come un tarlo, ma si è fidato dello sconosciuto in divisa e si è fatto trascinare via dall’ambulanza con la gamba che pulsava e quelle cose che banchettavano con la sua carne viva. All’ospedale- come spesso succede - hanno fatto il miracolo. Gli hanno raschiato il marcio e salvato la gamba e la vita. Poteva essere quello lo stacco, il trauma esistenziale, la linea di demarcazione tra l’abisso e la vita. «Ma siamo andati a cercarlo in corsia ed era scappato di nuovo al boschetto». A farsi o disfarsi, il senso è lo stesso. Il bello è che «il clan» - la famiglia di marocchini che gestisce parte dello spaccio di droga a Rogoredo- aveva capito l’antifona. Con Piedone, il ragazzo smilzo e straniero salvato per miracolo, la polizia aveva riguardo perché era pelle ed ossa e non si poteva ricoverarlo sempre. E dunque «i capi» lo usavano come cavallino per spacciare meglio tra il fitto della vegetazione e il terreno pieno di nefandezze. I piedoni diventati leggenda. La gamba magra che si allungava nella boscaglia umida come un ramo secco. Racconti di Rogoredo 24 ore dopo la sparatoria che ha coinvolto un bravo poliziotto in servizio e fatto cadere sul selciato un pusher marocchino che gli puntava la pistola addosso. Chi sbircia, chi perlustra. Due giornalisti finiscono nel mirino e prendono le botte. Ma nelle vie limitrofe è tutto un sussurrare. E un pregare che lo sparo apra uno squarcio su quel luogo di morte a due passi da Santa Giulia e dallo scintillio delle imminenti Olimpiadi.
PROBLEMA ANTICO
Va detto subito: non è cambiato nulla dai tempi delle grida manzoniane. Il boschetto della droga non è finito e non è stato debellato da questa amministrazione di sinistra nonostante gli sforzi, le riqualificazioni, i proclami. Si è semplicemente spostato di qualche metro. Un residente non ci va per il sottile, «spazzi via la monnezza da un punto della stanza ma quella prima o poi si accumula in un altro angolo». Lato destro di via Sant’Arialdo ripulito e messo a verde. Lato sinistro solito via vai di zombie. Gli ingressi per guadagnarsi un posto in prima fila dal pusher di turno sono diventati tre: via Orwell, dove ogni giorno sorge una barriera che verrà puntualmente spaccata dagli spacciatori; via Sant’Arialdo appunto, e via Impastato, la strada della sparatoria. Con quell’area boschiva che si spinge sotto i ponti della tangenziale e dell’A1, fitta fitta e nera come la pece. E i binari dell’alta velocità che corrono svelti ricamando un hub ferroviario che, suo malgrado, è diventato perfetto per giungere in fretta allo spaccio. Solo il campo nomadi non si cura di quei traffici. Sono lì a due passi dall’inferno, ma si tengono lontani dal clamore e dai fatti che avvengono in quella vegetazione perduta.
«L’acqua in discesa non la fermi», spiega Simone Feder, responsabile del team Rogoredo che dal 2017 va sul posto per portare viveri e generi di prima necessità. «Qui c’è gente che non si sente chiamare per nome da anni. Noi li agganciamo e conquistiamo la loro fiducia. È l’unico modo per portarli alla cura». Che, nell’immediato, è il centro di Lambrate dove i tossici vengono trattati con i farmaci e il metadone e dove c’è un centro di pronta accoglienza gestito con il progetto Arca. Alla lunga, invece, sono le comunità. «Oggi il disagio ti chiede di cambiare paradigma», dice Feder. «Ci sono ragazzini che si perdono in questo abisso e genitori che vengono da noi disperati chiedendoci di aiutarli a recuperarli». Non c’è distinzione di classe sociale. Non c’è età per svicolare la china. Non c’è nemmeno lavoro che sia immune dal contagio. «Ho visto un’amministratrice di condominio consumarsi e assottigliarsi giorno dopo giorno tra quei boschi», racconta un poliziotto. «E una ragazzina bionda e carina che veniva col treno dalla sua casa del lodigiano e si vendeva a chiunque la volesse per poche monete e qualche ora di sballo».
«Oggi c’è l’onda lunga dei ragazzi dello Sri Lanka e degli egiziani. Ma anche tanti italiani», spiega Feder. «C’è stato un periodo di calma col covid». Poi il circo è ricominciato. Tutti in uno stesso girone con la fame di roba che prende il cervello. E la merce che è servita tra gli alberi e il fogliame a buon mercato. «Si sentono a casa. Si sentono accolti». Possibile che possa diventare casa un luogo di morte? «Sì, se la merce c’è sempre ed è a buon prezzo: la nera (l’eroina) dai due ai 15 euro. La bianca (la coca) massimo 30 euro. Non c’è orario. E ti fai con pochi monetine in tasca». Il lato buono della medaglia è che «ne salviamo una novantina ogni anno». Ed è una gioia vederli rientrare dalla porta della vita. Ma tutti gli altri?
SPIETATI E ARMATI
A tessere le fila del gioco macabro sarebbe, tra gli altri, il clan dei Mansouri. Marocchini. Sono qui da anni. Mica ci vivono, arrivano con il treno, qualcuno da Lodi, qualche altro dalle province limitrofe. Sono spietati, vogliono il denaro. Non gli importa niente di quelle vite. O di vendere droga di bassa qualità. La loro fama è cresciuta nel tempo. Ma sono usciti allo scoperto con una certa risonanza nel 2021 quando la Polfer decise di effettuare un’indagine strutturata sullo spaccio nel boschetto. Mesi di indagini appostamenti e blitz e finalmente arrivano 12 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di altrettanti soggetti di origine marocchina e di età compresa trai 19 e i 44 anni. Tra le persone arrestate anche Abderrahim Mansouri, il 28enne colpito a morte la sera di lunedì in via Impastato. Solo che in quell’occasione l’extracomunitario si era presentato ai poliziotti con un altro nome.
Per non correre il rischio di essere identificato, non aveva mai chiesto il permesso di soggiorno nonostante vivesse in Italia da diversi anni. Nella rete degli investigatori, in quell’occasione, finiscono anche altri due Mansouri, pezzi grossi del clan. Secondo le analisi degli inquirenti erano proprio loro a gestire le operazioni di spaccio nella zona. Spacciatori però diventano nel tempo anche i tossici. I famosi cavallini. Vengono pescati all’amo con la dose. Ti do la dose, ti fai e poi spacci per me, oppure fai la vedetta.
«Li riconosci subito perché si muovono lentamente nel boschetto. I pusher marocchini invece sono lesti come lepri, spietati, usano armi da taglio o pistole. Appena vedono la polizia» ricorda un agente che ha fatto diversi sopralluoghi in zona «scappano velocissimi attraverso i binari dei treni. Non guardano nulla, corrono e basta. Con i treni dell’alta velocità che sopraggiungono silenziosi e rischiano ogni volta di travolgerli. Difficile che affrontino la polizia con la pistola in mano a meno che non capiscano chi hanno di fronte». E mentre loro si dileguano nella notte, qua restano i non vivi. I tossici. Che vagano lenti. Si fanno di qualunque cosa trovano sulla strada. Si infilano in tende lerce. E poi restano lì, strafatti, inginocchiati sui talloni e chiusi sui loro corpi svuotati. I blitz non mancano. I presidi anche. Ci sono periodi in cui poliziotti e carabinieri vanno a fare sopralluoghi ogni giorno. La prefettura ha ben presente quel dramma e ha pianificato un piano di interventi straordinario. Che sarà di massima allerta, soprattutto ora in vista dei Giochi. Già a dicembre vengono controllate più di mille persone. Ma non basta. «Serve un decreto Caivano per Rogoredo», dice Francesco Rocca, consigliere comunale di FdI. «E’ l’unica soluzione». E la politica locale? Per ora tace. C’è una mozione di FdI che chiede di sorvegliare il territorio, bonificare le aree, avviare un dialogo con i proprietari. Ma neanche a dirlo, è ancora lettera morta. Una mozione protocollata in attesa di essere discussa.