Milano ha superato la prima prova olimpica. Presto per cantare vittoria ma non per mettere a tacere i gufi che speravano nel fallimento dell’impresa e hanno remato contro. Non era scontato. Non era ovvio. Ancora alla vigilia dei Giochi c’era una sinistra che soffiava sul fuoco mescolando le carte e i nemici da combattere (Trump, Meloni, le forze speciali di Ice), mentre gruppi sparsi di pro-Pal incombevano sullo sfondo e promettevano battaglia con le kefiah al collo e i loro rituali stanchi.
Le proteste non sono sopite. Oggi si preannuncia una nuova mobilitazione di piazza ma la realtà ha avuto il sopravvento e ha vinto il primo round. Una città funzionante e funzionale. Strade sgombere e traffico fluido, un dispiegamento di forze di polizia senza precedenti. Duemila agenti della municipale non si erano mai visti. E le altre forze di polizia non erano da meno, comprese le squadre speciali piazzate nei punti sensibili e sui tetti per proteggere i capi di stato.
La Prefettura, di concerto con il ministero dell’Interno, ha ordito un piano straordinario garantendo una presenza sommessa e discreta, lontana dall’immagine di città militarizzata che qualcuno temeva. E la città ha risposto in massa: i milanesi ligi al dovere come scolaretti, e i turisti in coda ordinata ai musei e felici di sottoporsi ai controlli.
Lungimirante la scelta di chiudere molte scuole e raccomandare lo smart working aziendale. Chi ha avuto l’ardire di attraversare la città ieri l’ha trovata perfetta, quasi idilliaca, «dovrebbero essere Olimpiadi tutto l’anno». Sembrava la quiete del covid, solo senza la minaccia di un virus mostruoso a divorare corpi e pensieri. È la forza di Milano, suggerisce qualcuno. Una capacità di rigenerarsi nei momenti difficili e davanti ai grossi accadimenti. Il rimboccarsi le maniche meneghino che affonda le radici in un tempo lontano ed è sforzo sul campo, passi svelti sul selciato per arrivare preparati all’appuntamento con la storia. Era successo anche all’epoca dell’Expo, ricorderete. Alla vigilia dell’evento, i cronisti vagavano a ridosso della grande spianata di Rho-Pero domandandosi quando sarebbero sparite le gru e le scavatrici. Si temeva la figura di palta, i visitatori sull’uscio e il cartello “lavori in corso” esposto sui padiglioni. Poi il 1 maggio è accaduto il miracolo (merito anche dell’allora commissario Beppe Sala): l’avvio di un’Esposizione universale che i no-Expo hanno provato in tutti i modi a scalfire. Il corteo di protesta che attraversò Milano quel 1 maggio fu devastante per i danni che lasciò sulla strada, ma fu un boomerang per i manifestanti che sparirono dalla circolazione annichiliti dal loro non senso.
Oggi chissà chi scenderà in piazza. Nulla è garantito se a soffiare sul fuoco è una certa ideologia di sinistra che non riesce neppure a godersi il momento, e borbotta sullo sfondo presagendo catastrofi.
Intanto però lasciateci registrare il successo. E i complimenti del mondo intero. Il vicepresidente americano Vance è rimasto stupito: «Evento impeccabile». Non è solo la macchina organizzativa e diplomatica. I milanesi hanno gettato la maschera, hanno lasciato decolletè e mocassini e si sono infilati le scarpe comode per correre nei viali e salutare i tedofori. Ieri la Darsena sembrava una località di riviera. La gente accomodata sugli argini senza risse e spintoni. I bambini a salutare le barche con la manina tesa, mentre un sole accecante faceva godere di quel giorno feriale. Meno fumantini. Meno svelti. Meno ipertesi ai semafori. Non sembravamo noi! Furbizia meneghina o capacità di annusare l’occasione e coglierla al volo? Milan col coeur in man, si torna sempre lì.
I grattacieli sono nati allo stesso modo, dalla lungimiranza di bravi amministratori (Albertini in primis) e dalla voglia dei milanesi di levarsi di dosso i panni sporchi di tangentopoli e mostrare che la città poteva rialzarsi e svettare verso l’alto, addirittura toccare il cielo con una torre (Unicredit) che sembra un fuso puntato verso dio. Hemingway raccontava così la meraviglia del Duomo: «Attraversammo l’estremità della piazza e ci voltammo a guardare la cattedrale. Era bella nella nebbia». Ma bella nella nebbia, anzi nella scighera, era tutta Milano. E non ha mai deluso. Non è stato facile neanche adesso. Solo pochi giorni fa la città della madonnina faceva i conti con la faccia più nera di lei. Due sparatorie a distanza di breve tempo nella periferia che la droga ha reso funesta. A Rogoredo, a due passi dall’Arena di Santa Giulia. La Milano scintillante e quella buia mai così vicine, i Cinque cerchi e le notti nere del Boschetto che inghiotte vite e restituisce morte.
Sembrava che lo scoramento dovesse sovrastare i Giochi. Non è stato così. Ha prevalso la voglia di fare e cavalcare l’onda. Ma è indubbio: i problemi non sono spariti e le periferie cupe non sono scomparse coi loro reati, i loro dannati, i loro maranza con la mano lesta e il coltellino infilato nella tasca. È anche per questo che la visita di Meloni ha sorpreso il quartiere. Qualcuno ci ha visto un monito: il governo non dimentica. La Milano olimpica non dimentica. Forse è tutto lì il problema. Imparare a gestire l’ordinario con la stessa solerzia dello straordinario. Non saranno sempre Olimpiadi. Non sarà sempre corsa di tedofori in mezzo a corridoi festosi.
C’è gente ancora che è rimasta indietro. Periferie che dormono. Altre che trattengono il fiato per la paura. E le buche ahimè sono sempre lì a ricordarci che non bastano i sogni. Si usino i Giochi da lezione. Milano ha una marcia in più ma passata la festa dovrà mettere mano ai problemi di ogni giorno.




