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Ci mancava solo lo sciopero Atm per Gaza

Il confine tra rivendicazione sindacale e manifestazione ideologica diventa ogni giorno più sottile
di Emiliano Dal Toso giovedì 28 maggio 2026

3' di lettura

IL COMMENTO
Il “genocidio in Palestina”, l’invio di armi a Israele, la guerra, l’aumento delle spese militari, ma anche il lavoro precario, le morti bianche e l’emergenza abitativa. Dietro lo sciopero generale nazionale proclamato per domani, venerdì 29 maggio, dal sindacato CUB e da altre sigle autonome di base non c’è soltanto una piattaforma sindacale tradizionale, ma una lunga lista di rivendicazioni che spazia dalla politica internazionale alle questioni economiche e sociali interne.

Una mobilitazione a tutto campo che avrà effetti concreti sulla quotidianità di migliaia di persone: a Milano infatti metro, bus e tram potrebbero fermarsi per gran parte della giornata. L’agitazione, annunciata dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e confermata dagli stessi organizzatori oltre che da ATM, coinvolgerà diversi comparti del trasporto pubblico e si estenderà anche al settore ferroviario. Per i milanesi e per la popolazione di pendolari che ogni giorno si riversa nel capoluogo lombardo si prospetta una giornata complicata. I promotori spiegano di voler incrociare le braccia «contro la guerra e l’aumento delle spese militari; contro lo sfruttamento sul lavoro, la precarietà e il mancato adeguamento delle retribuzioni dei lavoratori del settore pubblico e del settore privato». Ma il punto politicamente più marcato della protesta riguarda il conflitto in Medio Oriente. I sindacati parlano di mobilitazione «contro il genocidio in Palestina e la fornitura di armi a Israele».

Nella piattaforma trovano spazio anche altri temi: «l’assenza di politiche sociali a cominciare dall’emergenza abitativa», la contestazione ai decreti Sicurezza, definiti dalle organizzazioni promotrici strumenti repressivi, con un riferimento esplicito al decreto legge 23/2026 e ai precedenti provvedimenti del 2025. Le critiche investono inoltre la Commissione di Garanzia sugli scioperi, accusata dai sindacati di restringere il diritto di protesta attraverso delibere che limiterebbero le possibilità di mobilitazione, in particolare nel settore della logistica.

Sul tavolo vengono messe anche l’assenza di politiche industriali in grado di affrontare le trasformazioni economiche in corso e la questione delle morti sul lavoro. Ma la protesta si presta a qualche interrogativo. Perché una cosa sono i salari, i turni, le condizioni di lavoro, la sicurezza o la precarietà: temi che riguardano chi ogni giorno guida autobus, tram e metropolitane o lavora nel settore dei trasporti. Un’altra cosa è costruire una piattaforma che finisce per includere la geopolitica internazionale. E il rischio è che il confine tra rivendicazione sindacale e manifestazione ideologica diventi un po’ troppo sottile. Naturalmente i lavoratori, come chiunque altro, hanno pieno diritto ad avere idee e sensibilità politiche. Ma è difficile non domandarsi quale sia il collegamento concreto tra il dipendente ATM che timbra il cartellino a Milano e i conflitti del Medio Oriente. E soprattutto quale beneficio possa trarne il pendolare che resterà fermo su una banchina aspettando un treno che forse non arriverà. ATM ha già comunicato gli orari delle fasce di garanzia.

Le linee metropolitane e di superficie potrebbero non essere garantite dalle 8.45 alle 15 e dalle 18 fino al termine del servizio. Per chi si sposta ogni giorno tra casa e ufficio il risultato è il solito copione: fermate affollate, tempi d’attesa dilatati, traffico in aumento e una città che rallenta il proprio ritmo abituale. Con una differenza: questa volta, sullo sfondo di autobus e metropolitane ferme, la sensazione è che il trasporto pubblico sia diventato il palcoscenico di una battaglia politica.

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