Diceva l’insospettabile Agatha Christie che bastan tre indizi per fare una prova. Qui, invece, per dimostrare come la maggioranza di Palazzo Marino sia risicata, spezzettata, sbriciolata, divisa, sminuzzata, traballante, titubante incerta, malferma (insomma: in buona sostanza paralizzata) ce ne sono almeno il doppio. E a metterli in ordine, più o meno cronologico, suonano così. Primo: l’affaire stadio. Quel San Siro/Meazza che s’è salvato per il rotto della berretta (nel senso che ha tirato a campare fino all’inaugurazione delle Olimpiadi di Milano e Cortina a febbraio- tra l’altro un successione ma mica per meriti meneghini) e che per il resto è stata la prima vera tegola in casa centrosinistra, coi Verdi che, al sindaco Beppe Sala, non gliele han mai mandate a dire in un tiremmolla che è andato avanti per anni, addirittura per (quasi) due consiliature, ed è finito con un via libera alla vendita alle 3 e 44 del mattino, un infuocato mattino di inizio ottobre 2025: «Da domani niente sarà più come prima». Detto fatto.
Secondo: il nodo sull’Urbanistica. Che doveva essere il “Salva Milano” e, invece, ci siamo sciroppati il “sistema Milano”. Per carità, non saremo noi a fare i giustizialisti coi procedimenti degli altri, semmai nel senso che l’inchiesta della procura di via Freguglia è di fatto stata un terremoto per piazza Scala (a farne le spese l’ex assessore Giancarlo Tancredi, da qualche mese ripescato come dirigente nella direzione Cultura) e il balletto sblocca cantieri sì - sblocca cantieri no (loro, per la verità, dicevano “condono” come se fosse una parolaccia) ha interessato addirittura i piani alti della politica nazionale tanto che a lasciare Sala in braghe ditela con la proposta (da lui stesso caldeggiata) in mano è stata la segretaria dem Elly Schlein. Pd spaccato in due, Madonnina pure.
Terzo: il contestassimo gemellaggio con Tel Aviv (il quale si inserisce nella più ampia cornice dei quattro anni passati di manifestazioni, scioperi, cortei, atti di protesta, sbandierate, slogan, chiasso e baccano pro-Pal). Sala ha provato in tutti modi a difenderlo (non foss’altro perché in ballo c’è quella cosuccia piccina picciò dell’appalto vinto da Mm per la metrò in Medioriente), i soliti Verdi (e buona parte degli altri affiliati di centrosinistra) han promesso sfaceli, rivolte, addii che puntualmente non si sono verificati neanche dopo il boicottaggio del boicottaggio del 19 maggio scorso (21 a diciassette e la solita fotografia da album di famiglia alla resa dei conti).
Altro giro altra corsa, anzi altre tre tornate: la questione dei taser («Non è anomalo usare le nuove tecnologie perla sicurezza», Sala; «Abbiamo deciso per un sì però condizionato perché ci sono ancora aspetti non risolti», i dem in evidente stato di imbarazzo); la stretta sulla malamovida (grazie alla quale «si conferma purtroppo l’incapacità del sindaco e della giunta ad affrontare con serietà e metodo la gestione della vita notturna in città, questo non è governo del territorio ma pressappochismo», dichiarazione che potrebbe sembrare di un esponente a caso del centrodestra all’ennesima ordinanza del Comune per regolare la vendita di alcolici e l’utilizzo dei dehors scattata giusto ieri, invece viene da Michele Albiani che è sì un consigliere comunale ma per i democratici e fa anche il presidente della commissione Sicurezza); la disputa dei concerti all’ippodromo (il flop annunciato del piano anti-caos che, dopo il primo evento all’ippodromo, le ha suonate ma solo tra di loro, cioè a mo’ di scaricabarile tra chi è rimasto nel centrosinistra). Ora, non è che serve scomodare Poirot per capire che c’è un problema nella maggioranza di Palazzo Marino. Se l’andazzo è questo, compagni e compagnucci (per modo di dire, ché alla prova dei fatti tutto sembra, il centrosinistra, tranne che coeso) conviene un’accelerata: il 2027 non è mica così lontano.