L’attacco è sulle piazze tattiche, ma la mossa è strategica. Perché mai il sottosegretario alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago è intervenuto al Tg4 e, anziché parlare di navi da guerra e Ucraina, ha sentenziato che «la sinistra a Milano si è persa, non cura il territorio e che le 63 piazze tattiche inserite nel progetto urbanistico hanno il solo scopo di attrarre criminalità e degrado?». Perché è vero, certo. Ma soprattutto perché Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno trovato la quadra sul suo nome come candidato sindaco del centrodestra per il capoluogo lombardo. Per l’ufficializzazione occorre aspettare il via libera anche della Lega, che aveva alzato la bandiera identitaria di Silvia Sardone, forte nelle periferie, e di Maurizio Lupi, l’eterno papabile, preparato e concreto, tuttavia chiamato ancora una volta al passo indietro. Il leader di Noi Moderati è stato spinto a lungo dal presidente del Senato, Ignazio La Russa, ma poi si è scelto diversamente, anche grazie ai calorosi consigli del ministro Guido Crosetto, che di Perego è il capo al ministero.
Milanese doc, tanto che l’antenato Gaetano già nel Settecento era un’autorità cittadina e il trisavolo Giuseppe fondò nel 1880 lo storico cappellificio Cambiaghi, Perego ha il pedigree per sfidare tanto Pierfrancesco Majorino in Sarfatti quanto Mario Calabresi, gli aspiranti successori di Beppe Sala del campo largo. «La sinistra investe più sui centri d’accoglienza che sul welfare per chi ha pagato le tasse una vita e contribuito a costruire la città», è l’esordio dell’ex parlamentare azzurro, un filosofo con doppia specializzazione economica all’Università Bocconi. Profilo moderato, secondo le tradizioni della casata forzista, ma indiscutibilmente deciso nell’affondo. Le «colate di cemento senza verde né visione», stile centro Bonola anni Settanta, rivendicate dall’amministrazione uscente e «gli alberi che muoiono appena piantati per mancanza di manutenzione», strana idea di riqualificazione urbana, sono il suo cruccio. Regalare a Milano, anzi alla città metropolitana, uno statuto speciale, come ha Roma, che le consenta agevolazioni fiscali nell’impiego delle risorse e un impiego della polizia locale in interazione con l’esercito in modo da restituire sicurezza alla popolazione sono i suoi sogni inconfessati.
Rispetto a un’eventuale sfida con Calabresi, che si è fatto avanti senza fare del tutto i conti con il Pd cittadino, che infatti lo osteggia, Perego è persuaso di vantare carte migliori sotto l’aspetto delle capacità amministrative e gestionali. Non di sola narrazione si vive, anche se l’azzurro contesta all’attuale maggioranza cittadina proprio «la mancanza di visione». «Agli slogan» di Sala e compagni il sottosegretario alla Difesa contrappone l’obiettivo prioritario di «ridurre il divario tra il centro coccolato e le periferie abbandonate», che non troppo sorprendentemente si è allargato con la sinistra al potere. Sarà sufficiente per convincere e quindi vincere? Ove non lo fosse, resterebbero due assi che il candidato può estrarre dalla manica per dimostrarsi campione di milanesità. Uno è Silvio Berlusconi, l’altro è Giorgio Armani, «accomunati dal genio, dallo svegliarsi presto e dall’idea di non accontentarsi perché il successo non è mai acquisito». La candidatura di Perego, che ha come testimone di nozze Luigi, il quinto figlio del fondatore di Forza Italia, «amico da sempre», è anche un modo per ricordare che Milano è pur sempre anche la città del presidente. L’altro è il grande stilista, presso il quale Matteo ha iniziato la sua carriera, da stagista a manager, «che ha dedicato la vita all’azienda con il trasporto del fondatore e l’umiltà di un impiegato».