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Sergio Marchionne, il disastro per gli Agnelli: quanti miliardi vale in meno Fca da quando è morto

di Giulio Bucchi domenica 19 agosto 2018

3' di lettura

Più di 6 miliardi di euro. È il prezzo pagato in Borsa dalla galassia Agnelli da quel drammatico 21 luglio quando i vertici del gruppo dovettero procedere in tutta fretta alla sostituzione di Sergio Marchionne, il manager che in 14 anni aveva trasformato in un gruppo "tecnicamente fallito" nella settima casa automobilistica al mondo, con 236 mila dipendenti e quasi 5 milioni di macchine vendute. Il mercato, insomma, non è ancora ripreso dallo shock che, all' indomani della notizia, si era tradotto in un ribasso, tra Fiat Chrysler, Ferrari ed Exor, per 2,3 miliardi di euro. Nel corso di queste settimane la discesa, complice la congiuntura negativa di Piazza Affari, si è però accentuata. Ai prezzi di venerdì, la capitalizzazione di Fiat Chrysler risulta in calo di 4,384 miliardi rispetto al 20 luglio (da 25 a 21 miliardi di valore), Ferrari ha lasciato sul terreno quasi 3 miliardi di euro, Exor più di 650 milioni. Leggi anche: "Cosa temeva Marchionne", il giornalista di Bloomberg svela il suo segreto Fa eccezione Cnh, in salita di 1,6 miliardi, più sensibile ai progressi dei concorrenti Usa che non all' andamento del mercato delle quattro ruote. Ma nonostante il contributo di trattori e camion il primo, pur sommario consuntivo del dopo Marchionne segnala un calo complessivo di valore per 6,361 miliardi di euro. Certo, questi numeri vanno inquadrati all' interno di una congiuntura difficile, che ha interrotto una lunga stagione felice per l' auto, non solo in Italia. La minaccia dei dazi di Trump, la frenata dei consumi in Cina e, non meno importanti le inchieste dei giudici in Europa come in Usa (spunta a Detroit l' accusa allo stesso Marchionne per un orologio prezioso regalato ad un sindacalista Usa) hanno contribuito a frenare gli acquisti nel settore. Il tracollo di Tesla, che venerdì ha lasciato sul terreno l' 8% abbondante a Wall Street contribuisce a frenare gli entusiasmi. I gestori, per giunta, si preparano a far spazio al probabile ingresso in Borsa di Volvo (valore 30 miliardi) gruppo svedese controllato dalla cinese Geely (che un anno fa, di questi tempi, aveva bussato alla porta di Exor per acquistare l' intera Fca). Ma, al di là di queste considerazioni, è certo che il mercato, così come il sindacato e gli altri attori della scena economica, attendono con ansia crescente le prossime mosse del nuovo leader, l' inglese Mike Manley, che sarà ufficialmente confermato alla guida il prossimo 7 settembre dall' assemblea di Amsterdam. Manley, che si è già presentato a Donald Trump («perché non guida una Jeep?» ha suggerito al presidente Usa) è ancora un oggetto misterioso per buona parte dei suoi interlocutori italiani: ottimo tecnico, grande lavoratore capace di sostenere ritmi "alla Marchionne" Manley è atteso al varco dalle decisioni sugli stabilimenti italiani, ancora in rosso (672 milioni di euro nel 2017) in attesa degli investimenti sui nuovi modelli. C' è da capire se Manley darà seguito alle promesse di Marchionne su Mirafiori e Pomigliano. Oppure se ormai le priorità sono altre in attesa di un deal a stelle e strisce che diversi osservatori danno ormai per inevitabile. di Ugo Bertone

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