Dopo l’affondo di De Benedetti

Repubblica, scoppia la rivolta contro Padron Elkann: è caos

Sandro Iacometti

Per carità, le parole di Carlo De Benedetti, che per una vita si è mosso come uno sparviero nell’imprenditoria e nella finanza italiana, vanno sempre soppesate con cura. Soprattutto quando l’argomento è il suo ex impero editoriale ceduto alla fine del 2019 dai suoi figli, dice oggi, contro il suo volere. D’altro canto è difficile liquidare la sua intemerata nei confronti dell’attuale gestione di Gedi, società del gruppo Exor (guidato dalla famiglia Agnelli-Elkann) che edita Repubblica e Stampa, come la semplice voglia di togliersi qualche sassolino dalla scarpa, che pure ovviamente c’è.

L’accusa di De Benedetti, per quanto paragonabile come intensità di fuoco a un disgregatore molecolare, è circostanziata. John Elkann, ha tuonato qualche giorno fa in un’intervista al Foglio, «è riuscito in quattro anni a distruggere il gruppo editoriale che il principe Carlo Caracciolo, suo prozio, aveva creato in circa quindici anni. Un massacro incomprensibile per i suoi scopi». L’erede dell’Avvocato, ha proseguito l’imprenditore, «ha venduto tutti quotidiani locali, che andavano bene. Poi ha devastato pure Repubblica, che si aggira tra i quotidiani italiani con la maestà malinconica delle rovine».

 

 

VELENI - Poi, tra insulti e veleni sparpagliati qua e là («è straziante», «manco alla cena dei cretini»), altri dettagli: «Dicono digital first ma non hanno investito un centesimo in serie acquisizioni sul digitale, mentre hanno annientato la carta». Infine, il verdetto: «Elkann ha comprato i giornali solo per coprire la fuga di Stellantis dall’Italia. Per coprire la deindustrializzazione e la smobilitazione degli impianti produttivi automobilistici di un gruppo che ormai è francese. Alla fine venderanno Repubblica e La Stampa». Tesi, quest’ultima, più volte sostenuta anche dal leader di Azione, Carlo Calenda, anche lui con trascorsi professionali nel gruppo Agnelli-Elkann.

Ora, va bene il rancore, le questioni personali, il caratteraccio di De Benedetti che non le manda a dire, ma che i giornali di Elkann non vadano a gonfie vele non è un mistero per nessuno. Secondo quanto emerge dai conti del primo semestre di Exor, che possiede quasi il 90% del capitale e che, dal canto suo, ha macinato ricavi e profitti, il fatturato complessivo di Gedi è rimasto stabile sui 237 milioni, ma le perdite sono cresciute a 37 milioni a fronte dei 22 milioni di metà 2022. Si tratta di un balzo non trascurabile del 68%.

 

 

Al 30 giugno scorso risultava un discreto aumento anche dell’indebitamento finanziario lordo, giunto a 255 milioni, e quello netto a 245 milioni, rispetto ai 209 e 191 di sei mesi prima. In totale, i debiti finanziari netti sono superiori al patrimonio netto, che al 30 giugno scorso era pari a 157 milioni, in calo rispetto ai 194 milioni di fine 2022 in conseguenza delle perdite del semestre. Valori che rivelano, al di là del sostegno finanziario di Exor, che copre parte dei debiti con partite infragruppo, una struttura patrimoniale non proprio equilibrata.

A pesare sulle prospettive dei quotidiani ci sono poi le vendite, che continuano, malgrado gli sforzi del direttore di Repubblica Maurizio Molinari e addirittura l’avvicendamento alla Stampa tra Massimo Giannini, considerato troppo barricadero, e Andrea Malaguti, a precipitare. Ad ottobre la diffusione totale (cartacei+digitali) della Stampa si è fermata a 82.294 copie, contenendo il calo al 2,4%.

Molto peggio è andata a Repubblica, che con le sue 122.588 copie ha registrato un crollo verticale del 18,6%. Un dato che evidentemente non potrà non preludere ad interventi sulla testata. È proprio dal quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, infatti, che in questi giorni è partita la protesta. Difficile capire se la redazione abbia preso coraggio dopo le parole del vecchio “padrone” De Benedetti o se siano stati i dati sulle vendite a far esplodere l’insofferenza dei giornalisti costretti quasi ogni settimana ad intervistare Maurizio Landini senza potergli chiedere cosa ne pensi della politica industriale di Stellantis (tanto il leader della Cgil si guarderebbe bene dal rispondere). Sta di fatto che le argomentazioni non sono così dissimili da quelle di De Benedetti.

 

 

COMUNICATO - In un corposo comunicato sindacale comparso ieri sul quotidiano l’assemblea di redazione denuncia l’ennesimo piano di tagli proposto dall’azienda, definendo questa politica «assolutamente inadeguata per garantire la stabilità economica della testata». Dopo aver chiesto un piano editoriale in cui siano indicati «gli investimenti necessari per il rilancio della testata, gli obiettivi che ci si propone di raggiungere con organici ulteriormente ridotti», i giornalisti chiedono anche ai vertici di Gedi di conoscere «quali siano le scelte per la crescita dei ricavi, in particolare della componente digitale, perché siano adeguate alle sfide del mercato editoriale».

E qui partono le bordate. L’assemblea, infatti, pur riconoscendo il momento di difficoltà di questa fase di grandi cambiamenti, ritiene che la «crisi di Repubblica» e «i risultati negativi» siano «da ascrivere anche alle scelte della linea editoriale che non riesce ad intercettare nuovi lettori e che ha allontanato il tradizionale pubblico di riferimento». Mala colpa, ed ecco il messaggio ad Elkann, riguarda «anche le strategie del management, frutto di previsioni errate e di risultati ancora non sufficienti a garantire l’equilibrio dei conti, in particolare nello sviluppo del digitale». Insomma, come dice De Benedetti, un «massacro incomprensibile».