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Così risse e bordelli si fecero arte

di Mario Bernardi Guardi lunedì 17 giugno 2024

3' di lettura

Ben lontana dagli antichi splendori imperiali, la Roma del Seicento porta ben impresso il contrassegno della decadenza: poco più di centomila abitanti (Londra ne ha il doppio), la campagna che ha invaso la città, erbe e sterpaglie con pecore brucanti negli obliati Fori, in ogni dove mendicanti, ladri, zingari, prostitute, bimbetti cenciosi. E tuttavia l’immagine non è quella dell’abbandono: mentre si inseguono pesti e carestie pulsa la vita. Ancorché maleodorante.Ungran fervore tra vicoli, rioni e ruderi, tra palazzi nobiliari, casupole, tuguri. E chiese e conventi in costruzione grazie all’impulso dei papi controriformisti. Insomma, un cantiere confuso e operoso, pieno di botteghe, commercianti, artigiani. Tanti gli artisti. E se Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, muore non ancora quarantenne nel 1610, portandosi dietro misteri inquietanti e irrisolti, ben vivo è il suo lascito. Insomma, una composita fauna di pittori attinge alla sua eredità: luci e ombre che plasmano le forme, divinità pagane che si mescolano ai santi, Madonne che sbocciano da volti e corpi di popolane e cortigiane.In particolar modo è nella zona di Campo Marzio che gli artisti si accampano volentieri. Ci sono le bettole dove ci si sbronza, tante belle donne disposte a far da modelle e non solo, un’aura di chiassosa creatività che ispira.

ARTE, RISSE E STREGHE
Ne è ispirato sin da piccolo Angelo Caroselli come ben rileva Maurizia Tazartes che gli dedica una documentata ed empatica biografia (Angelo Caroselli e compagni di strada, Mauro Pagliai Editore, pp. 107, euro 18). Al centro, il vitalissimo e sanguigno quartiere romano, tra “arte, risse e streghe”. Qui Angelo impara subito a lavorare - e bene- nella bottega del padre “rigattiere”, dove si fa di tutto perché si riparano anche strumenti musicali e, su commissione, si copiano famose opere d’arte. Angelo è un bravo copista ma vuol diventare pittore. La Tazartes ne segue la crescita, tra un variar d’avventure. Perché lui è colto, gran lettore di testi filosofici e ostenta attitudini da “bohémien” malvestito e trascurato, ma è anche un donnaiolo impenitente. È vero che si innamora di una modella napoletana, Maria Turca, e la sposa,maè altrettanto vero che dovunque si sgonnelli, Angelo è lì, tanto che diventerà collaboratore e amico del pittore Agostino Tassi, lo stupratore di Artemisia Gentileschi (a babbo Orazio, Artemisia e Agostino la Tazartes ha dedicato tre monografie). Caravaggio ha ben seminato e l’artista Angelo “c’è”. L’Autrice lo evoca insieme ad altri talenti: il lucchese Pietro Paolini, i fiamminghi che si erano innamorati di Roma e di Campo Marzio come Pieter van Lear e Claude Lorrain. Angelo si trova bene tra questi tipi singolari e irregolari.

Ci va a giro e poi si mette al lavoro “pescando” nel mito, nella letteratura, nella storia, nella religione. La Tazartes “legge” alcune delle sue opere più celebri: da Lesbia che piange per la morte del passero, dove la modella è la consorte cornificata e imbronciata, ed è ritratto anche lui mentre, per consolarla, suona la lira, con un’aria da sciupafemmine impunito; a Vanitas, che dovrebbe essere un appello a trascurare le cose del mondo ma dove la modella che esibisce uno scritto col Memento mori ha l’aria sfrontata di chi dice “Vivi e goditela!”. Si proclama stoico,Angelo,ma vuol “vivere” gli eccessi della sua strana Roma, dove non si sa quanto i papi “pontifichino” e quanto, invece, si interessino d’altro. Perché, per esempio, la fascinazione esercitata da streghe, maghi e negromanti è potente. E Angelo - che tra risse, zuffe e figli coinvolti in atti giudiziari ha i suoi guai - deve “raccontare” quel che lo circonda. Bene, opere come Negromante, Scena di stregoneria, La Maga (Circe) con animali, testimoniano le suggestioni di una “grande bellezza” con orrori sparsi.

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