Un problema che Francesca Albanese non ha è sicuramente la carenza di autostima. La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati (mai capito perché non esista, ad esempio, un relatore o relatrice speciale sui diritti delle donne iraniane, ma non divaghiamo) non si capacita che un istituto di credito non accetti di pagare una trascurabile ammenda, diciamo nell’ordine del miliarduccio, per avere l’onore di aprirle un conto corrente.
La cronaca, anche se pare piuttosto una pièce di Ionesco. Occasione: il webinar sulla “finanza etica nel contrasto di guerra e dopo Gaza” (più che un titolo, un accumulo di parole-chiave) organizzato dai «dipendenti di Banca d’Italia per la Palestina». Se vi pare un evento dai tratti stranianti, aspettate di sapere in cosa si è tramutato. Tra i relatori figuravano il direttore generale di Banca Etica Nazzareno Gabrielli e lei, la Madonna pellegrina delle anime belle in kefiah, la dottoressa Albanese. La quale ha deciso che il tema, dai contorni un po’ sfumati, dovesse virare nettamente verso lo sfogo personale. Sempre e solo perché nel suo Ego si rispecchiano le storture del mondo, ci mancherebbe. «La finanza etica è etica fino a un certo punto, perché opera all’interno di questo sistema e con grossi vincoli, il mio caso ne è la prova», ha tuonato la guru ProPal incalzando pubblicamente il povero Gabrielli, che ad ogni parola si sarà chiesto per quale diavolo di congiura cosmica si trovasse lì, e non da qualsiasi altra parte.
Il suo istituto aveva infatti in un primo tempo tentato di dare seguito alla richiesta di Albanese e aprirle un conto corrente, ma aveva prontamente innescato la retromarcia dopo aver verificato le conseguenze che avrebbero comportato le sanzioni americane a cui Nostra Signora di Gaza è sottoposta. La Albanese è stata inserita nell’elenco dei sanzionati dal Segretario di Stato Marco Rubio, con l’accusa tra l’altro di «fomentare l’antisemitismo» e «esprimere sostegno al terrorismo» (memorabile il suo «avete il diritto di resistere» rivolto durante un videocollegamento ai galantuomini di Hamas presenti a una conferenza).
Sono le cosiddette liste Ofac, che condizionano l’intero sistema finanziario globale. Per le banche che scegliessero di ignorarle e accettare comunque questi clienti, sono previste sanzioni non del tutto irrilevanti: l’impossibilità di operare in dollari, l’esclusione dai circuiti internazionali e, come ha chiarito il dg di Banca Etica, multe da 1 miliardo di euro. Con «rammarico» e «tristezza», Gabrielli si è quindi scoperto in possesso dell’istinto di sopravvivenza: «Sono passato dalla felicità di venire scelto da Albanese alla frustrazione di essermi reso conto che il provvedimento Usa aveva ripercussioni giuridiche così forti che non abbiamo potuto aprirle un conto corrente».
Per essere Etica, la Banca deve anzitutto esistere: siamo alla tautologia, nonché oggettivamente fuori dal margine d’azione del manager, a meno che costui non coltivi la vocazione al suicidio. Ma per Albanese (che in effetti, occupandosi venticinque ore al giorno di Palestina, deve avere confidenza perlomeno letteraria col mito del kamikaze) il suo co-relatore non ha fatto abbastanza: «Avrei potuto fare causa a Banca Etica». Come no, e con un’accusa delle più infamanti: non aver sborsato sull’unghia un miliardo e non essersi auto-esclusi dal proprio mondo professionale in nome della Causa. Come, quale? L’unica che conti per Madame: la lotta al mostro sionista genocida.
«Nessuno se la sente di assumersi il rischio di sfidare una situazione illegale, immorale e irresponsabile come quella di sanzionare un esperto tecnico delle Nazioni Unite», non si dà pace la Albanese. La quale pure potrebbe ogni tanto valutare di rispondere a un quesito che ci pare non totalmente disgiunto da implicazioni etiche, per stare alla fattispecie: perché un «esperto tecnico delle Nazioni Unite» compare nella lista dei sostenitori del terrorismo stilata dalla più grande democrazia liberale del globo? Non lo abbiamo, ma scommettiamo un miliardo che non accadrà.