Questa volta tocca davvero esordire con la citazione abusata. «Hegel osserva che tutti i grandi avvenimenti e i grandi personaggi della storia universale si presentano, per così dire due volte. Ha dimenticato di aggiungere: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa». L’autore dell’affermazione è Karl Marx, il suo contenuto si applica per una spettacolare nemesi della cronaca (qui storia è troppo, capirete) al marxismo stesso e ai suoi frutti avvelenati in serie, dal comunismo reale al surreale pauperismo-chic. Salotto televisivo di È sempre Cartabianca, gran cerimoniera Bianca Berlinguer (cognome che evoca il primo tempo, in ogni caso frammisto a nobiltà, dell’abbaglio rosso), il tema è un classico della casa, l’urticante evidenza per cui la ricchezza nella nostra società mediamente di mercato è distribuita in modo diseguale. Onde per cui si può sempre optare per l’alternativa “socialista” secondo Winston Churchill: l’equa ripartizione della miseria.
A illustrare dettagliatamente l’alternativa, l’economista di punta: Marina La Rosa. Una vita fa insuperata Gattamorta del primo Grande Fratello, oggi raccoglie il testimone vivo della tradizione rivoluzionaria del Novecento, della critica all’economia politica, della lotta al capitalismo nel momento culmine dell’aperitivo, più che nella fase suprema dell’imperialismo.
Da Rosa Luxemburg a Marina La Rosa, verrebbe da dire, non siamo certissimi che la filosofa e fondatrice della Lega Spartachista ne sarebbe entusiasta, ma è l’esito della dialettica storica, chi siamo noi per confutarlo. La Rosa (non la filosofa, l’ex felina gieffina) è scandalizzata dalla storia di Gabriele Parisi, giovane imprenditore un po’ sopra le righe che ha l’irredimibile torto di essere partito povero e di non esserlo rimasto. A cui oppone una ricetta che pare ispirata a un fusione tra l’agenda economica del Movimento Cinque Stelle e Imagine di John Lennon più che a una rilettura de Il Capitale: «L'idea proprio utopistica sarebbe, pensate quanto sarebbe meraviglioso, se tutti ma proprio tutti guadagnassimo, non so, 3mila euro al mese». Massì, una cifra a caso redistribuita per legge, tanto qualche barbaro che si ostina a produrla (da 0 a 3mila bisogna pur arrivare) ci sarà sempre. È l’“utopia” di Marina squadernata così, nel chiacchiericcio televisivo, e manderebbe su tutte le furie il vecchio Marx, nemico giurato dei «socialisti utopisti» e «di tutti questi castelli in aria che devono appellarsi alla filantropia dei cuori». Costoro «respingono ogni azione politica», e Marina allora è il coerente punto d’arrivo, perché fa compiutamente intrattenimento: «Tu vuoi fare il presidente del Consiglio? 3mila euro al mese. Vuoi fare l'idraulico? 3mila euro al mese». È il reddito di (grande) fratellanza, l’egualitarismo non imposto dalla dittatura del proletariato, ma condiviso nella stessa Casa dai concorrenti.
«Cioè - congiunzione decisiva nell’elaborazione ideologica larosiana, da scandire con morigerato ammiccamento, ndr - se tutti guadagnassimo la stessa cifra sarebbe meraviglioso». No, non sarebbe meraviglioso, sarebbe un incubo già visto, sarebbe la desertificazione della Ddr, sarebbe la miseria di Cuba, l’annichilimento della nozione stessa di qualcosa come l’individuo. Perché il comunismo no, non ha mai «teorizzato come obiettivo la liberazione delle persone», come ha detto quella versione meno efficace di Marina La Rosa che è Elisabetta Piccolotti. Il comunismo è stato tante e terribili cose, è stato uno dei volti più feroci di quella “barbarie” a cui erroneamente Rosa Luxemburg lo contrapponeva, ma ciononostante non meritava di finire in farsa. «Se ci mettiamo tutti allo stesso livello sarebbe stupendo», insiste Marina La Rosa. Come no, pubblicità.