Comico, ma anche cantautore. E poi attore, ma pure scrittore, pittore e architetto. Francesco Salvi- geniale, imprevedibile e scatenato - ha 72 anni e, alle spalle, una carriera da artista eclettico («Ma a me piace soprattutto far ridere») capace di stupire sempre. Cresciuto al “Derby” di Milano, esploso a “Drive In” e poi consacratosi con il “MegaSalviShow” (la cui sigla iniziale era il brano “C’è da spostare una macchina, è un diesel!”), ha partecipato quattro volte a Sanremo e poi ha lavorato per il cinema e per molte fiction. Attualmente lontano dalla tv («Di questi tempi bisogna dire tanti no»), ora ha appena pubblicato un libro, ha un film in uscita e, a marzo, debutterà a teatro.
Lei, Dario Fo, Nanni Svampa, Piero Chiara, Renato Pozzetto, Enzo Iachetti: siete tutti nati o legati a Luino. Cosa c’è di così magico qui?
«Niente. Per lavorare bisogna partire e andare altrove».
Però poi tornate sempre.
«Vivo qui e a Milano, ma alla fine la mia base resta questa pur viaggiando spesso per lavoro».
Cosa sta facendo?
«Tante cose. Il problema è che senza pubblico possono essere belle, ma non danno soddisfazione».
In che senso?
«Se non vai in tv non esisti. C’è chi mi ferma dicendomi “Uè Salvi, hai smesso di lavorare?” anche se magari sono in tournée a teatro».
Cosa altro le chiedono?
«“Salvi, hai spostato la macchina?”. E rispondo: “Sì, è un diesel”».
Ovvio. Perché non va più in televisione?
«“Grande Fratello”, “Isola dei famosi”... Meglio dire di no. Molto di quello che vedo in tv non mi entusiasma».
Ci sarà, però, qualcosa che le piace.
«La roba fatta bene: Montalbano, “Ballando con le stelle”, le partite sui canali privati, i film su Netflix, la pubblicità».
E a livello di comici?
«Ci sono troppe gare di battute tra quelle sentite al bar. Proposte originali ne vedo poche».
Lei invece ha sempre creato cose sue. C’era una meravigliosa battuta che diceva: «Dall’ultimo Olp di Arafat, “Oh mia bela Palestina, bu bu bu bum”». Sarebbe ancora attuale.
«Non sapevo fosse mia».
A proposito, lei è il comico più citato nel libro “Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano”.
«Insieme con Woody Allen».
Mica male.
«E lui ci soffre».
C’è tanta gente che copia?
«Sì, anche quelli famosi».
Qualcuno che la fa ridere?
«Groucho Marx, Woody Allen che mi telefona spesso, Albanese. E poi Zalone: intelligente e divertente, ha una faccia che può prendere in giro chiunque. Dicono che la gente non va più al cinema e lui risponde facendo i record di incasso».
Francesco, torniamo a lei: in particolare di cosa si sta occupando ora?
«Ho appena scritto il libro “Tegucicalpa”. È surreale, la storia di un agente segreto che lavora per la Cia e viaggia nel tempo».
È già uscito?
«Sì e sono preoccupato perché non telefona e non so quando torna. Lo si trova su Amazon».
Serate ne fa?
«Parecchie, anche se, ovviamente, erano di più una volta, quando andavo in tv: è lei che comanda».
Di cosa parla nei suoi spettacoli?
«Datemi un microfono e ci penso sul momento. Per il resto mi servono due effetti di luce: acceso e spento».
Buona questa.
«Da soli è impegnativo. Lavorare al cinema, invece, è più rilassante: è tutto deciso da altri. Adesso, per esempio, ho appena girato “L’Amore, in teoria” di Luca Lucini, il regista di “Tre metri sopra il cielo”. Interpreto Media, un clochard. Esperienza bellissima».
Al cinema lavora molto.
«Ho appena finito di girare un film su “San Francesco”, che uscirà prossimamente, in cui si racconta la sua personalità umoristica: lo interpreto da anziano, quando ormai è cieco. A marzo, invece, debutterò al teatro Parenti di Milano ne “Unamuno nessuno e centomila” con Fabio Bussotti, che è anche l’autore».
Quanti impegni.
«Meglio, è stato così fin da piccolo».
Allora torniamo insieme al baby Francesco Salvi. Lei nasce qui a Luino il 7 febbraio 1953.
«La prima volta, poi rinasco un po’ più avanti perché da là non si vedeva il lago».
Raccontiamo dei suoi genitori.
«Papà Trento...».
...scusi, ma è davvero il suo nome?
«È del 1919 e tanti, dopo la prima guerra mondiale, si chiamano così: pensi al pittore Trento Longaretti».
Vero. Perché ride?
«Il nome di mia zia, invece, è Trieste».
È una battuta?
«No, verissimo. Dicevo, papà fa l’avvocato ed è conosciutissimo. Mamma Gianna fa la direttrice didattica».
Figlio unico?
«Sì. Come anche Alfredo, mio fratello più grande che ora fa lo psicologo ma che da sempre è mio compagno di disavventure familiari».
In che senso?
«Da piccoli restiamo spesso a piedi perché papà, che non ha la patente e fa guidare sempre mamma, odia fare benzina e ripete “ma si, basterà”. Così finiamo bloccati in aperta campagna e, mentre lui va cercare distributori con una tanica, io e mio fratello spingiamo l’auto».
Che bambino è il piccolo Francesco?
«Un fenomeno. Faccio molto caos e sono capo classe, dove ci sono pericoli mi ci butto: mi arrampico sugli alberi e una volta mi taglio un pezzo di dito della mano con un falcetto».
Ma è subito attratto dal mondo dello spettacolo?
«Primo provino all’asilo e già allora non mi prendono».
Perché?
«C’è da fare Gesù Bambino per la recita di Natale e siamo in tre, ma uno ha paura e l’altro non ha voglia. Sono l’unico interessato, eppure mi mettono come terzo per accontentare i genitori degli altri. Pochi minuti prima della recita, però, si avvicina la suora: “Uno è andato a sciare, l’altro se la è fatta addosso. Francesco, vuoi venire tu?”. “Ah, adesso vi torno comodo, eh?”, rispondo e intanto corro sul palco prima che cambino idea. E lì le luci mi circonfondono d’immenso. Senza mai più smettere».
Alle superiori, invece, cosa combina?
«Mi chiamano il “fuoriclasse”».
Perché è bravo?
«No, faccio sempre casino e mi sbattono fuori dall’aula».
Una goliardata indimenticabile da ragazzo?
«Una volta sto guidando l’auto e mi fermo per una commissione: quando risalgo sulla 1100, però, il mio barboncino Sheep, intelligentissimo, si è messo al posto di guida e non vuole saperne di spostarsi. Allora, dal sedile del passeggero, accendo la macchina e parto, facendo indossare al cane i miei occhiali da sole e lasciandolo al volante. Fin quanto, poco più, avanti, ci ferma un vigile incredulo».
Scuole?
«Vorrei fare il liceo classico perché mi piace il latino, ma qui c’è solo lo scientifico e frequento quello. Nell’estate del terzo e quarto anno, però, frequento un corso di incisione a Urbino. Ed espongo le mie opere».
Fa mostre anche adesso?
«Cinque anni fa ho ripreso grazie al grande gallerista Stefano Contini che apprezza immensamente i miei lavori e non li vende perché ci è affezionato. Si possono ammirare a Cortina e Venezia: ogni tanto li vende anche».
Sono oggetti?
«Quadri, opere allegre e astratte, surreali: disegni colorati e con un po’ di follia. Il soggetto preferito sono le macchine».
Torniamo ai suoi studi. Dopo il liceo si iscrive ad architettura.
«Prima a Firenze e poi a Milano, dove nel 1977 mi laureo con 110 e lode. Poi, per due sessioni estive, faccio l’assistente ad Adriano Alpago-Novello. Ma nel frattempo inizio già a bazzicare al “Derby”».
Come ci arriva?
«Qui a Luino ho una compagnia teatrale che si chiama “Nisba”, facciamo spettacoli con grande successo, ma improvvisamente ci tolgono lo spazio. In quel periodo però vado a Milano per lavorare con Bozzetto, un genio dell’animazione e del cinema, e a un certo punto decido di cercare un posto per esibirmi».
E pensa ai cabaret.
«Ce ne sono una decina e il più importante è il “Derby”, ma inizialmente mi presento al “Refettorio”. Quando arrivo però mi dicono: “Stasera c’è già un certo Grillo, vieni la prossima volta. Ci resto male e allora provo col “Derby”».
Come è il primo impatto?
«Entro, c’è una scala che scende e mi trovo davanti un bel ragazzo con i capelli ricci mori: “Vieni qui, dai. Tu sali sul palco e vediamo cosa succede”».
Chi è?
«Abatantuono. Oltre a lui quel giorno ci sono Faletti, Porcaro, Thole. Faccio un pezzo mio e va bene, la gente ride, ma a metà me lo dimentico e lo riassumo. Però funziona lo stesso e mi prendono».
Quando la svolta?
«Un pomeriggio, dopo aver pranzato con Jannacci, Abatantuono e Porcaro, mi fermo a giocare a pallone e mi slogo una caviglia. Arrivo nella pensione in cui alloggio, metto il piede in un catino pieno di ghiaccio e mi addormento. Al risveglio la gamba è blu, chiamo un amico e mi faccio portare all’ospedale Gaetano Pini. Il dottore mi guarda: “Lei forse voleva andare al Paolo Pini, ospedale psichiatrico”».
La sera come fa a recitare?
«Mi siedo su uno sgabello e, anziché fare salti e tuffi, inizio a parlare con gli spettatori come se fossi al bar. Tutti ridono e capisco che non c’è bisogno di fare cose strane per stupire, basta improvvisare. Da quel momento continuo così, anche se poi esagero e non preparo più niente finendo per fare fatica. E allora inizio a registrare e poi mettere insieme le cose migliori per creare dei testi».
Al “Derby”, in quegli anni, si esibisce anche Antonio Ricci.
«Peccato che ogni tanto gli sanguina il naso e si deve interrompere. Dopo un po’, però, scopriamo che fa apposta per non perdere l’ultimo treno per tornare ad Alassio. Lo faceva anche a scuola - mi ha poi raccontato- per evitare le interrogazioni».
Vero che Ricci era un appassionato di scherzi?
«Di ogni tipo. Il più divertente è quello a Beruschi, che ha una paura pazzesca dei cani. Una volta, in inverno, Antonio mi convince a mettere il paltò di Enrico nella casetta dei dobermann che c’è fuori dal ristorante: Beruschi, terrorizzato, torna a casa senza e, dopo due giorni, è a letto con la febbre».
Il “Derby”, dopo la morte del patron Gianni Bongiovanni nel 1981, si avvia al declino fino alla chiusura.
«Ma le amicizie restano. Un giorno Ricci mi chiama e mi propone di fare qualcosa a “Drive In”. Accetto subito, ma lui ha un po’ paura e temporeggia: “Tu sei troppo avanti, non mi fido, bisogna iniziare con piccole cose”».
Il primo anno interpreta una specie di barista, poi si inventa il camionista.
«La mia idea, in realtà, è portare il personaggio del metronotte. Il giorno della presentazione, però, scopro che anche Faletti vuole fare una guardia giurata, mi racconta che si è già preparato e ha il testo pronto per il giorno dopo. Sono disperato, non so come salvarmi. Ma proprio la difficoltà mi presenta una sliding door che mi cambia la vita».
Cioè?
«Salgo in macchina e, passando in Corso Buones Aires, vedo una lite tra un camionista e un automobilista. La cosa divertente è che quello del camion, in canottiera, è tranquillo, mentre l’altro, vestito benissimo, è volgare. Così mi viene l’ispirazione e nascono le prime battute: “Sono nato con il volante in mano, è stato un parto difficile”».
Il suo camionista funziona, “Drive In” è un grande successo e lei diventa famoso. Lo capisce subito?
«Al bar, la mattina dopo la trasmissione, tutti ripetono i tormentoni e la sera la gente torna a casa apposta per vederci. Per me, piano piano, si moltiplicano gli ingaggi delle serate: dalle mila lire si passa ai milioni. Eh sì, il successo fa successo e se non succede non è un successo».
Nel 1986-87 è l’animatore di “Studio 5”, contenitore di Canale 5, e poi, dal 10 novembre 1988 al 3 marzo 1989, fa un programma tutto suo: “MegaSalviShow”.
«A tutti i protagonisti di “Studio 5” danno una trasmissione, ma di me non si fidano. Allora propongo il mio show, faccio un numero zero e si convincono: dura 12 minuti, è la parodia del palinsesto di una giornata televisiva».
Lei si inventa tantissimi personaggi geniali come lo “zio Pino” e “Perry naso”, crea pubblicità comiche come quella de “L’Amaro qualunque, l’amaro per l’uomo inutile”, lancia tormentoni come “Saluto tutti tranne che a illo, perché illo ha fatto appelloso” e ad un certo punto gioca addirittura con i pupazzi («Matteo, fai il saltino»).
«La trasmissione è a costo zero e non ho nemmeno uno studio: mi mandano a registrare al “12” che non esiste e in realtà è un deposito mezzi».
Fa anche una parodia del regista Vanzina.
«All’inizio Berlusconi mi chiede di chiamarlo “registini” anziché Vanzina, per paura che si offenda. Ma tengo il nome vero».
Poi si offende?
«Non credo perché i Vanzina mi chiedono di portare quel personaggio alla presentazione di un loro progetto. Però è vero che, ad un certo punto, dall’alto mi dicono di interrompere l’imitazione. C’è gente più realista del re».
La sigla iniziale di “MegaSalviShow” è “C’è da spostare una macchina, è un diesel”.
«Nasce per caso e in poche ore. Non sappiamo che canzone usare e una sera ci mettiamo nel garage a pensare, finché arriva il vecchietto del piano di sopra, tutto incazzato: “C’è da spostare una macchina, non riesco a entrare”. Gli chiedo: “È un diesel?” perché in quel periodo è di moda avere il diesel. Da quello spunto partiamo e il giorno dopo è tutto pronto».
A proposito di musica, lei va anche a quattro edizioni di Sanremo: 1989 (“Esatto”), 1990 (“A), 1991 (“Dammi 1 bacio”) e 1993 (“Statento”).
«La prima volta che mi invitano molti big, tra cui Rita Pavone, non vogliono né me né Jovanotti: “Non hanno mai inciso un disco”, dicono».
E invece è un successo anche al Festival. Lei, con la musica, pubblica otto album, vincendo cinque volte il premio “Disco di platino” e sette volte il “Disco d’oro”. Ha un ricordo particolare legato alle canzoni?
«Nel 1989 compongo il brano “Bachelite” per Mina, inserito poi nel suo album “Uallalla”. Grande soddisfazione».
Dopo la tv e la musica lei, ad un certo punto, si concentra più sul cinema. Impossibile ricordare tutti i film: ne scelga uno.
«“Affari di sangue” del 2006, girato a Hollywood per la regia di Robert Moresco, fresco vincitore di tre Oscar: titolo originale “Tenth & Wolf”. Esperienza fantastica, ma la pellicola in Italia non viene distribuita».
Francesco, ultime domande veloci.
1) Rapporto con la religione?
«Sono devoto di San Francesco».
2) Paura della morte?
«Non lo so. Forse è lei ad avere paura di me dopo questo articolo».
3) È sposato?
«Con Angela, il giorno più bello della mia vita è stato quando le ho chiesto se voleva diventare mia moglie e mi ha risposto di no. Poi me l’ha chiesto lei e io ho accettato. Stiamo insieme da ancora prima di conoscerci. Ricordo: era il 1971 e quel giorno io non c’ero» .
4) Figli?
«Nessuno, ed essi sono felicissimi. Abbiamo fatto di tutto, tentato ogni cosa, ma niente. Ora proveremo anche a fare l’amore».
5) Di lei tutti dicono che è un matto. Il più matto con cui ha lavorato invece chi è?
«Felice Andreasi che si impegnava per essere un grande pittore. Era il bersaglio preferito di Jannacci il quale una volta, per curargli il raffreddore, gli ha dato un cocktail di medicine che l’hanno costretto ad andare in ospedale».
6) Berlusconi l’ha conosciuto?
«Intelligente, simpatico e alla mano. Una volta mi invita nella sua villa in Sardegna con mia moglie: “Verrà anche Boldi”, dice. Arriviamo e Massimo non c’è. Il Cavaliere sorride: “Mi ha chiamato dicendo che è finito contro uno scoglio con il suo yacht. Gli ho detto di darmi la sua posizione e ha risposto: io sono al timone, mia moglie sul divano a piangere”».
7) Negli Anni ’80 girava molta droga: mai stato tentato?
«Il mio uso di droghe si ferma alla cannella. A volte mi offrivano la cocaina e, quando rifiutavo, dicevano: “Per forza, sei già così di natura”».
8) Un comico sottovalutato?
«Alberto Talegalli».
9) Uno sopravvalutato?
«La lista sarebbe troppo lunga».
Ultima domanda: una cazzata che non rifarebbe in carriera?
«Pettinarmi controvento».