Andrea Pucci è una delle persone più gentili, educate e spiritose che abbia mai conosciuto. Un’intelligenza viva, piena di autoironia, un artista che riempie i teatri e non se la tira da “maître à penser”. Il nostro incontro fu favorito l’anno scorso dalla celebrazione dei 25 annidi Libero, avevo proposto all’editore di organizzare uno spettacolo, nel segno dello spirito corsaro del nostro giornale. Pucci mi sembrò il carattere perfetto. Lo chiamai al telefono e la trattativa andò più o meno così: «Pucci, lei ci piace un sacco, viene a far festa con noi?».
E lui: «Vengo con la mia band, preparatevi». Scegliemmo il Teatro Lirico Giorgio Gaber, in via Larga a Milano, progettato da Giuseppe Piermarini nel 1776, palcoscenico da brividi. Pucci e i suoi musicisti furono straordinari, battute, gag, canzoni italiane (Andrea canta benissimo e con lui c’è una vocalist eccezionale, Loredana Fadda), non ci fu niente di volgare, di sessista, di razzista, di omofobo, di destra o di sinistra, di progressista o di sovranista, sulla ribalta c’era un artista che non aveva un programma ideologico da portare avanti per indottrinare la massa. È questo il vero «scandalo» di Pucci, è un avversario naturale del politicamente corretto, uno dei pochi artisti che non è stato catturato dalla buoncostume rossa.
Il Festival di Sanremo, dopo averci ammorbato per anni con la messa cantata dello scemo di turno del villaggio democratico, ha perso l’occasione per essere più divertente, più vario, più popolare, più libero. Il rifiuto di Pucci di farsi pestare dalla polizia morale degli ayatollah della sinistra è una energetica pernacchia, è il regimetto smutandato da un comico. E non c’è niente da ridere.