Questa è la cronaca del tentato vespicidio, il resoconto di uno scontro che anticipa il futuro, visto e annotato l’altro ieri sera sul mio taccuino, mentre Bruno Vespa conduceva Porta a Porta. Sono le 18,20, è una bella giornata di primavera a Roma, entro nella sede Rai di via Teulada, prendo l’ascensore, salgo al terzo piano e mi infilo nel salottino degli ospiti, un posto tra il dimesso e lo spartano, dove sempre germogliano amicizie e ostilità, saluti e baci. Sono il primo ad arrivare, trovo Alessandro Usai, il curatore della trasmissione, facciamo un po’ di cazzeggio sullo scenario politico, dopo un po’ arrivano Antonio Polito del Corriere della Sera, il senatore di Fdi Lucio Malan e Alessia Melcangi, docente della Sapienza. Collegamento con Federico Rampini. Il menù del nostro blocco di Porta a Porta è l’attualità politica, il discorso in Parlamento di Giorgia Meloni, con un focus sulla guerra del Golfo. «Provenzano è in ritardo», avvisano dalla redazione, la tabella di marcia prevede la registrazione alle 18,45. Passo al trucco per un restauro impossibile, saluto Paola Miletich, storica collaboratrice di Vespa, entro in studio, attendiamo il ritardatario, l’ex vicesegretario del Pd.
Premessa metodologica: con Provenzano ho sempre avuto rapporti ottimi, ci siamo confrontati e scontrati molte volte in tv, mai uno screzio, pur nelle incolmabili differenze tra la sua utopia progressista e il mio realismo conservatore. Classe 1982, Peppe è un 43enne siciliano sempre elettrico, con gli studi alti e impeccabili - laurea e dottorato alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa - il passaggio in Svimez e gli incarichi politici nella Regione Sicilia in altri tempi gli avrebbero dato l’allure del “meridionalista”, mentre nel Pd di Elly Schlein è uno che la sa lunga, è già stato ministro nel governo di Giuseppe Conte e soprattutto è quello che i libri li legge per tutti gli altri che ne sono a digiuno (e si vede), è l’ideologo tutto a sinistra. Peppe è una sagoma spigolosa, in tv scartavetra gli interventi, l’enfant prodige lo precede, il tono baldanzoso lo accompagna, l’errore lo tallona. Siamo tutti in poltrona, sigla, si parte. Provenzano parla, dice la sua, carica come un ariete il governo, nessuno lo interrompe. Prende la parola Malan e il Peppe non gli lascia concludere mezza frase. Vespa lo invita a lasciar parlare l’avversario, ne nasce un botta e risposta dove Provenzano sfodera un colpo basso: «Forse dovrebbe sedersi da quella parte», indicando il posto dove è seduto Malan, al mio fianco, che nello spazio dello studio televisivo idealmente è il posto della destra. Vespa non la lascia passare, nessun giornalista potrebbe mai accettare un attacco di quel tipo senza reagire. Volano tuoni e fulmini, ma «the show must go on», la puntata va avanti e si chiude in un’atmosfera di teso silenzio, perché l’incidente non è banale, è un’esplosione a rilascio lento e inesorabile di scorie radioattive.
IL NON DETTO
Alla chiusura, mi avvicino a Provenzano e gli dico cosa penso: «Peppe, hai sbagliato. Vespa è un monumento del giornalismo, l’unico che rispetta la par condicio, lo sai». Peppe mi risponde: «Ho fatto una battuta». Il problema è che la rivendica, egli non sente alcuna incrinatura, anzi accusa Vespa di fallo di reazione, di esser andato sopra le righe. Uscendo dallo studio ho immaginato quello che poi è regolarmente avvenuto ieri: il comunicato del Pd, il botta e risposta tra i partiti, la richiesta delle sinistre di provvedimenti disciplinari contro Vespa, lo scenario ribaltato, perché il Vespa furioso è innescato dal Provenzano bricconesco.
Sotto la superficie mi pare ci sia molto altro, questa storia pone un problema di cultura democratica della sinistra (e inconsapevolezza non scusabile della destra), svela quanto l’accettazione e diffusione ovunque del format à la Gruber (3 ospiti contro 1, dove l’uno è sempre quello che non sta a sinistra) abbia degradato il clima politico e reso un fatto incontestabile l’erosione del pluralismo, fino all’operazione di «character assassination» dell’avversario in diretta, senza contraddittorio. L’imbarbarimento è tale che per la sinistra che si propone come forza di governo il «new normal» è quello del confronto impari, è il saloon dove si può sparare sul pianista, invitare un giornalista come Vespa a «sedersi da quella parte» e pretendere che questi porga anche l’altra guancia. Surreale, ma non troppo se guardiamo con un sano distacco il talk show quotidiano.
L’altro aspetto, quello più allarmante che ne è una diretta conseguenza, è che questo atteggiamento sprezzante è sempre più marcato, evidente, a tratti grottesco e caricaturale (ma tragicamente autentico) dopo la vittoria del fronte del No nel referendum sulla giustizia. Nei dibattiti si sente spirare un’aria che sa di imminente vendetta, epurazione, caccia alle streghe che, naturalmente, ha come primario obiettivo le redazioni della Rai infestate dalle valchirie della destra e il resto seguirà.
Fatto che non corrisponde alla realtà della Rai, dove la sinistra ha mantenuto tutte le posizioni, di TeleMeloni a Viale Mazzini non c’è neppure l’ombra e questa assenza non è un merito, ma un’assenza di pluralismo, di bilanciamento, un racconto quasi a senso unico dove oggi spiccano TeleTeheran e il racconto anti-occidentale, un’interpretazione (e spesso manipolazione grossolana) della realtà in chiave progressista-qualunquista. È un elefante che barrisce nella stanza del centrodestra, un problema sul piano culturale, editoriale e politico.
ISTINTO PREDATORIO
Quanto alla sinistra, conferma il suo istinto predatorio sul format e il copione, la sua superbia antropologica nei confronti di tutto ciò che sfugge al pilota automatico. Bruno Vespa in questo scenario è un bersaglio (e non sarà l’unico), perché non fa parte della legione dei saggi, dei colti, dei cervelloni che si stanno preparando all’assalto al Palazzo d’Inverno della tv (dove non c’è nessuno zar), Vespa è un centrista naturale - risotto per Massimo D’Alema e tortellini per Matteo Renzi, scrivania del “Contratto con gli italiani” di Silvio Berlusconi e plastico sul delitto in cronaca- egli rappresenta la Rai che si reggeva sulle fondamenta della cultura istituzionale di Ettore Bernabei e dei suoi successori, fin quando non ha ceduto di schianto all’assalto delle Guardie Rosse. Porta a Porta è un salotto con alcune regole non dette né dettate, ma solidissime, non è un posto dove si alza la voce, dove si tirano calci negli stinchi e si mostrano i canini, la felpata ironia è apprezzata, l’insulto no, l’interruzione dell’avversario non è la tattica di combattimento, devi usare l’intelligenza e il tempo televisivo (se li possiedi), la cifra stilistica è quella di Vespa, sedimentata nella storia trentennale del programma, un “long seller” della televisione. La sinistra non ama Vespa non gli perdonerà mai la consuetudine con l’arcinemico, Silvio Berlusconi - e dimentica che è tra i pochi giornalisti che in tv applica la par condicio come credo professionale, che esercita un garbo smarrito quasi ovunque, una misura sconosciuta nelle altre latitudini del pianeta televisione.
Vespa è un professionista di livello eccelso, un ragazzino che ha superato gli 80 anni al quale si deve rispetto, è la storia della Rai, quella migliore. Se fosse tra noi, Curzio Malaparte oggi avrebbe aggiornato il suo libro «Tecnica del colpo di Stato» (edito da Adelphi, uscito in Francia nel 1931, libro proibito, da leggere) dedicando un intero capitolo al «vespicidio». Per riderci sopra, per svelare la forma mentis della sinistra, per difendere la libertà di stampa, per raccontare l’arte del delitto. Imperfetto.