Era stato facile profeta Erri de Luca quando, dieci giorni fa, aveva previsto che avrebbe pagato un prezzo per le sue idee sul “sionismo” e sul “genocidio”. Puntuale è arrivata ieri la conferma. Il nome dello scrittore, che avrebbe dovuto essere il protagonista dell’incontro inaugurale del Festival Salerno Letteratura, è all’improvviso scomparso dal programma. E se qualcuno avesse avuto dubbi sui motivi, a scansarli è stato Gennaro Carillo il codirettore artistico della manifestazione, che si svolgerà nella città campana dal 13 al 20 giugno prossimi. Non deve essere stato facile il compito di Carillo, che è un esimio e apprezzato professore dell’Università Suor Orsola Benincasa: ha dovuto affermare, in un’intervista a Il Mattino, che «non c’è nessuna censura» proprio mentre elencava i motivi extraletterari, e quindi politici e ideologici, di quella che, proprio do, beffardo, di non voler commentare perché «pure questa è alla fine una dichiarazione».
Più che di commenti, la vicenda salernitana, paradigmatica quanto altre mai, deve però generare una riflessione più vasta concernente la politica della cultura e la cultura predominante in Italia. Va messa infatti in evidenza la sovrapposizione che per motivi storici si è realizzata nel secondo dopoguerra fra le istituzioni democratiche e un milieu culturale fortemente dominato dall’idea dell’intellettuale “impegnato”, ovviamente a sinistra. Fino a far coincidere, senza scarti apprezzabili, l’una alle altre. Ovviamente, l’idea dell’engagement, per cui in ultima analisi la letteratura ha un fine all’esterno di sé e non all’interno, è non è solo legittima, ma ha anche una sua dignità storica. Le istituzioni però, nella misura in cui sono o si dicono democratiche, non possono appiattirsi su una sola idea ma devono tutte rappresentarle e metterle a confronto in un agone quanto più possibile aperto e dialettico. La cultura, che è democratica e liberale per sua stessa natura, non può tollerare esclusioni o censure in nome di un pensiero che diventa per forza di cose “unico”.
Cosa meglio ci sarebbe stato, ad inizio di un festival culturale, che sentire una voce fuori dal coro o anche non in linea con quella degli organizzatori? Quale migliore stimolo per loro, ma anche per tutti i cittadini che seguiranno il festival, che sentire una campana diversa, fosse anche solo per confermarsi con maggior forza nelle proprie idee? Ma, si dirà, qui ad organizzare il tutto è un’associazione di promozione sociale, “Duna di sale”, che ha una sua linea precisa e che, a casa sua, può invitare chi vuole. In verità, il festival è patrocinato e sostenuto da istituzioni pubbliche come la Regione, il Comune, la Camera di Commercio, presentandosi appunto come un’occasione di incontro per tutta la cittadinanza, un fiore all’occhiello per tutta Salerno. In definitiva, può dirsi che da tutta questa vicenda emerge con forza il grave deficit democratico e liberale che la sinistra continua ad avere. Il che potrebbe anche interessarci solo fino a un certo punto, se non fosse che a patirne le conseguenze continua ad essere la cultura nazionale e l’Italia tutta.