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Scandalo-Covid, tutto ciò che non torna su Arcuri: soldi, mascherine e forniture dalla Cina

di Simone De Meo venerdì 3 luglio 2026

3' di lettura

La Guardia di Finanza cercava le carte. Quelle giuste. Quelle capaci di spiegare come una maxi commessa da 1,250 miliardi di euro per mascherine cinesi farlocche, mediata da Mario Benotti, fosse arrivata fino al cuore della macchina pubblica dell’emergenza Covid. Domenico Arcuri risponde. Ma per gli investigatori le sue spiegazioni non chiudono il cerchio: lo lasciano, anzi, aperto proprio nei punti più sensibili. La scena si apre il 12 aprile 2021. I finanzieri scrivono alla struttura commissariale, subentrata a Invitalia come centrale unica degli acquisti e delle forniture medicali. Chiedono documenti precisi, non carte di contorno. Vogliono «le offerte veicolate da Stefano Beghi al commissario straordinario» e la «documentazione (verbali, corrispondenza...) relativa ai controlli effettuati nei confronti dei fornitori cinesi Moon Ray, W. Light e Luokai Trade», i tre consorzi finiti nel mirino della magistratura. Arcuri risponde il 27 aprile. Ed è lì che, secondo gli investigatori, iniziano i vuoti di memoria. Il primo riguarda Stefano Beghi. Nella risposta inviata alle Fiamme Gialle, il patron di Invitalia lo presenta come un avvocato “managing partner” dell’Ufficio di Hong Kong del “noto studio legale Gianni, Origani, Grippo, Cappelli e partners”. Poi tiene a specificare: «Nessuna offerta di mascherine chirurgiche e Dpi è stata poi presentata per il tramite del citato professionista».

Per la Guardia di Finanza, però, questa versione non fila con quello che emerge dalle conversazioni su WeChat recuperate dal cellulare di Daniele Guidi. Da quelle chiacchierate risulterebbe che Beghi avrebbe comunicato a Invitalia perfino i prezzi dei dispositivi. Come poteva Arcuri ignorarlo? Gliel’avevano nascosto? E perché? Il secondo nodo riguarda i pagamenti anticipati. Il commissario aggiunge pure che una proposta per 60 macchine per la respirazione artificiale sarebbe stata respinta «perché condizionata al pagamento di un anticipo all’ordine pari al 50% del valore della commessa... Circostanza, questa, in contrasto», si legge nel testo a firma del commissario straordinario, «con la precisa indicazione [...] di non accettare alcuna offerta che prevedesse pagamenti anticipati, anche parziali, al fine di tutelarsi dal rischio di possibili operazioni speculative o di successivi gravi inadempimenti». Una linea netta di buon senso e di buona pratica amministrativa, almeno sulla carta: i finanzieri, però, contestano quel quadro.

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Nell’informativa scrivono che il passaggio «non troverebbe riscontro con quanto emerso per le commesse oggetto di indagine, ove è stato accertato come i pagamenti della merce siano avvenuti comunque quando la stessa si trovava ancora in Cina - previa presentazione degli airwyll bill - e come gli stessi siano stati, talvolta, sollecitati dagli indagati con intenti speculativi». Come dimostra la frase emblematica recuperata dai finanzieri: «Finché non pagheranno i cinesi, è ovvio che i cinesi non pagheranno noi...». Cambio di scena. Dalle offerte si passa alle verifiche della merce. La Guardia di Finanza intende «conoscere i controlli effettuati dalla Struttura nei confronti dei fornitori cinesi e dei produttori consorziati prima dell’affidamento diretto delle commesse milionarie per l’approvvigionamento di Dpi». È una richiesta centrale. Prima di affidare appalti per centinaia di milioni, quali monitoraggi furono fatti? Su quali aziende? Su quali produttori? Con quali risultati?

La risposta di Arcuri, per i militari, non entra davvero nella pancia del problema. Alla Guardia di Finanza arrivano documenti inutili come «il richiamo della normativa in deroga» e «stralci» dei «verbali delle riunioni del Comitato Tecnico-Scientifico circa i pareri espressi per la validazione delle mascherine/Dpi importati dalle aziende cinesi oggetto di attenzione investigativa». Carte ufficiali, certo, ma non tutto ciò che i finanzieri speravano di ottenere. E le Fiamme Gialle lo scrivono apertamente: Arcuri avrebbe omesso i dati su quantità e produttori della prima fornitura Wenzhou Moon Ray, valore 27,5 milioni di euro. Mancherebbero anche le informazioni sulla commessa affidata alla Luokai Trade per 450 milioni di mascherine chirurgiche, pari a 220,5 milioni.

E resterebbero fuori altri elementi sulle forniture Wenzhou Light da 216 milioni di euro e Luokai Trade da 413,5 milioni di euro. Sono numeri che pesano. Per i militari, quei dati servono a ricostruire il percorso delle mascherine: senza, la maxi commessa resta una storia incompleta. E inquietante. Da qui nasce la richiesta di un nuovo passo investigativo che le Fiamme gialle rivolgono al pm titolare del fascicolo: acquisire la copia forense delle caselle di posta elettronica di Domenico Arcuri e dei suoi due stretti collaboratori, Roberto Rizzardo ed Ernesto Somma. Verba volante, scripta (forse) manent.

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