Avrà pure vinto il Premio Satira Politica di Forte dei Marmi (come ha rivendicato ancora ieri con il tono di un Carl Bernstein che spolvera il Pulitzer), ma evidentemente Marco Travaglio padroneggia poco i fondamentali della satira medesima, oltre che della logica formale. Proviamo ad allestirgli un breve compendio per principianti, giusto per evitargli altre figuracce sotto forma di editoriali. Mettiamo che qualcuno, nel caso Antonio Polito, componga un articolo in dichiarato “stile Travaglio”, adottando, ricalcando, esasperando scientemente la forma mentis, la costruzione della frase/capo d’imputazione, i tic linguistici e savonaroleschi dell’originale (è l’articolo apparso due giorni fa su Libero). Stroncarlo, come ha fatto ieri Travaglio nel suo fondo/omelia, significa stroncare il proprio stesso metodo, che mai come nel caso dell’ex spalla di Santoro coincide col merito: attacco alla persona piuttosto che critica agli argomenti, quadretti moralistici ritinteggiati a inchieste giornalistiche, Fango Quotidiano. Il risultato è una spettacolare confessione, o meglio auto-sconfessione, involontaria: l’abdicazione al travagliese da parte del suo inventore.
È stato fregato dall’Ego, il direttore manettaro, perché Polito si è permesso di applicare il travagliese a Travaglio. E il fango, si sa, deve essere unidirezionale, non può mai mutare verso (è lo stesso doppiopesismo stilistico che sta mandando fuori giri Ranucci). Come si permette, questo Polito, di semplificare, di sezionare virgolettati imbarazzanti, di ricordare che ho definito «una fake news americana» l’invasione russa dell’Ucraina mezz’ora prima che Putin muovesse i carri armati, o che la Procura Generale di Milano ha archiviato nel ridicolo la mia imprescindibile inchiestona su Nicole Minetti a base di massaggiatrici uruguaiane e tassisti senza nome, o che ho taroccato la posizione di Falcone e Borsellino in tema di separazione delle carriere? Puro contrappasso, caro direttore, è la nemesi del travagliese che si rivolta contro Travaglio. E se il metodo è sbagliato questa volta, è sbagliato sempre: ci aspettiamo di leggere stamattina, in luogo del consueto editoriale, una lettera di dimissioni.
Non la leggeremo ovviamente, come non leggeremo le scuse del capo del fronte giustizialista ai famigliari di un eroe della giustizia italiana: Giovanni Falcone. In uno dei non rari momenti in cui sente di possedere un tasto che non ha, quello dell’ironia (sconosciuto a ogni inquisitore, al massimo possono arrivare al sarcasmo rancoroso), Travaglio ha pensato bene di rispondere a chi sosteneva che “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola” come segue: «Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti». Detto che il Divo non ha certo il curriculum giudiziario di Valterino (contano le condanne definitive, direttore, non i procedimenti aperti, almeno a Stato di diritto vigente), è stata Maria Falcone a ricordare che quando il fratello accettò l’incarico di Direttore generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia lavorava anzitutto per lo Stato italiano e contro la mafia (a meno che Travaglio voglia mettere in dubbio anche questo, ma sarebbe il fango riversato direttamente nel sepolcro).
Forse sarebbe decoroso balbettare qualche sillaba di ammenda, ma il travagliese prevede l’impossibilità radicale dell’autocritica, Savonarola non sbaglia per definizione, distribuisce assoluzioni (a Ranucci, a Conte stagione del Covid compresa e a se stesso) e condanne (a tutti gli altri). A proposito di sepolcri, ieri con la prima del Fatto è tornato a rimestare in quello di Silvio Berlusconi, ripescando per la centoventisettesima volta un classico della casa: il boss Giuseppe Graviano che avrebbe altre ipotetiche-fanta“rivelazioni” smagoriche -imprescindibili sul Cavaliere e su Dell’Utri. Così, al novantaduesimo, dopo che un’infinità di annunci analoghi sono evaporati nel nulla, un po’ di fango agostano lanciato dagli ultimi giapponesi dell’antiberlusconismo in assenza di Silvio. Non serve Polito, sono gli sbadigli a seppellire definitivamente il travagliese.