«Il mondo non progressista dovrebbe tacere perché almeno noi parliamo dei temi, ci confrontiamo. Dall’altra parte ci sono solo attacchi sessisti, misogini e razzisti». Così parlava qualche anno fa Rula Jebreal, la giornalista palestinese dalla parte giusta, in piedi sulla cattedra della sua presunta superiorità morale, in prima linea per la difesa dei diritti umani, abile a dispensare patenti di civiltà e a bollare di razzismo chiunque non sia d’accordo con lei.
Poi va in onda sul podcast “The Left Hook” e definisce il dem Hakeem Jeffries - primo afroamericano a guidare un partito al Congresso Usa - «una scimmia comprata e pagata dall’AIPAC», (il più importante gruppo di pressione pro-Israele). Il conduttore fa notare l’offesa, lei si giustifica. «Parlavo delle tre scimmie», quelle che non vedono, non sentono e non parlano. Jebreal pretende che i suoi insulti siano valutati con un metro diverso rispetto a quello che lei usa per gli altri. Ecco la doppia morale di Rula: se riferendosi a un nero dice “scimmia” è una metafora che gli altri, comuni mortali, non capiscono. Se lo dice qualcuno di quello che lei, sprezzante, chiama «il mondo non progressista» è sempre e soltanto razzismo.