Sotto le macerie di Gaza restano oltre 10mila cadaveri, dicono le autorità palestinesi. Prima di spostare quei detriti, ha detto ieri Francesca Albanese, servono investigatori penali internazionali. «La rimozione, la frantumazione e il trasferimento» dei detriti nelle aree sotto controllo militare israeliano, secondo la relatrice speciale dell’Onu per i territori palestinesi occupati, cancellerebbero le prove dei crimini internazionali, «incluso il genocidio». Le macerie, ha proseguito, sono «parte di una scena del crimine» e vanno toccate solo dentro un piano «concepito dai palestinesi» e sostenuto da chi gode della loro fiducia, che a Gaza oggi vuol dire Hamas. La Corte internazionale di giustizia, il tribunale dell’Onu all’Aja che Albanese cita sempre, per ora ha ordinato a Israele di adottare ogni misura in suo potere per prevenire gli atti vietati dalla Convenzione sul genocidio. È la stessa Corte che sempre per genocidio ha impiegato 14 anni a emettere una sentenza sul caso intentato dalla Bosnia-Erzegovina contro Serbia e Montenegro, 16 per decidere su Croazia e Serbia. Il Sudafrica ha depositato il ricorso contro Israele nel dicembre 2023 e Israele avrà tempo fino a maggio 2029 per l’ultima memoria scritta. Le udienze verranno dopo. Fuori dalle aule di tribunale, a Gaza i detriti ammontano a 61 milioni di tonnellate, e l’Onu calcola che lo sgombero sia sceso da 25mila a 5mila tonnellate al giorno perché i mezzi si rompono e mancano i pezzi di ricambio.
A quel ritmo servirebbero più di trent’anni per ripulire la Striscia. A rimuoverli è il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, che li raccoglie, li frantuma e li ricicla, cioè le tre operazioni che Albanese chiede di fermare. Primo testacoda. Poi le aziende. Caterpillar, Hd Hyundai, Doosan e Volvo, che costruiscono ruspe ed escavatori, rischiano il processo se spostano le macerie. Tre erano già nell’elenco delle imprese complici contenuto nel rapporto di Albanese sull’«economia del genocidio», colpevoli allora di fornire i mezzi per demolire. Gli stessi escavatori sono colpevoli quando abbattono e quando sgomberano. Secondo testacoda. Il 4 agosto i palestinesi hanno sepolto 112 membri di una stessa famiglia, estratti in 17 giorni da edifici crollati nel 2023. Albanese cita il caso per dimostrare che i corpi si possono ancora recuperare, ma per tirarli fuori sono servite proprio le ruspe che vuole fermare. Terzo testacoda. Domenica l’inviato americano Jared Kushner ha detto che la militarizzazione di Gaza «è al di là di ogni immaginazione». E mentre Hamas persevera nel non consegnare le armi, il Board of Peace, l’organismo che dovrebbe guidare la ricostruzione, è fermo a un campo pilota vicino a Rafah. Ma ogni scenario comincia con gli escavatori, che siano del Board of Peace, dell’Autorità palestinese (l’opzione preferita dalle Nazioni Unite, il che di per sé è sufficiente a renderla inaccettabile) o di Israele (che tutto vuole tranne che prendersi la responsabilità di due milioni di abitanti).
Sempre ieri, poche ore prima di salire sul palco della festa nazionale di Fratoianni & Co. a Roma, Albanese ha rilasciato un’intervista al Guardian. Tema: il divieto di importare i prodotti delle colonie, che il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband annuncerà oggi. Albanese lo giudica importante ma insufficiente. Vietare i datteri di Ma’ale Adumim, colonia alle porte di Gerusalemme, e continuare a vendere attrezzature per i posti di blocco significa aver cambiato la comunicazione, non la sostanza. Il rabbino capo britannico Ephraim Mirvis avverte che il divieto toglierà il lavoro a decine di migliaia di palestinesi. Testacoda numero quattro.
A fine agosto António Guterres, segretario generale dell’Onu, ha detto al Financial Times che molti relatori «sono totalmente fuori controllo, dal punto di vista del Segretariato». Si è premurato di arrivare a fine mandato per farlo sapere, ma il suo portavoce è accorso a correggere il tiro: intendeva solo ricordarne l’indipendenza, ha spiegato. I relatori non sono funzionari dell’Onu, li nomina il Consiglio per i diritti umani, non sono pagati e nessuno può licenziarli, serve una specifica risoluzione da parte del Consiglio, attualmente a presidenza indonesiana, fulgido esempio di tutela dei diritti umani. Il mandato di Albanese scadrà tra poco meno di due anni. Durante i quali avrà lasciato solo macerie.