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Attentato a Ranucci, nell'inchiesta anche i soldi inviati da Lavitola a "Lady Mazzetta"

di Giacomo Amadori domenica 20 settembre 2026

4' di lettura

Nell’inchiesta sull’attentato a Sigfrido Ranucci entrano anche i numerosi invii di denaro che Valter Lavitola effettuava utilizzando alcune filiali di una nota società specializzata nel money transfer. Le ricevute sono state raccolte dall’ex compagna dell’uomo, Natalia Potenza, e in parte sono state già consegnate ai pm della Procura di Roma. Un flusso di pagamenti che potrà aiutare gli inquirenti a individuare eventuali prestanome di società e attività riconducibili al faccendiere accusato di essere il mandante della bomba piazzata davanti all’abitazione dell’ex conduttore di Report. In diversi casi la destinataria dei soldi era una donna di Panama e questo non è certo passato inosservato. Panama city è, infatti, uno dei set prediletti delle spy story internazionali ed è un hub finanziario tra i più attrattivi del mondo.

Con le sue società anonime garantisce un altissimo livello di riservatezza e i profitti generati fuori dal Paese non vengono tassati. Ma lo Stato del Canale ci riporta alla memoria anche una vecchia indagine per corruzione internazionale che coinvolse Lavitola. L’anello che unisce le due vicende, passata e presente, è Karen Yizell de Gracia Castro che, una quindicina di anni fa, avrebbe dato una figlia al faccendiere e che, contemporaneamente, divenne nota in Italia, quando sui giornali si iniziò a parlare della “sua” Agafia Corp Sa, una società fittizia e anonima con sede nel Paese del Centro-America. Secondo le indagini condotte dai magistrati di Napoli e Roma e le ricostruzioni delle autorità panamensi, l’azienda faceva capo proprio a Lavitola (all’epoca direttore del quotidiano L’Avanti! e consulente di Finmeccanica), il quale aveva aperto un conto bancario in Bulgaria proprio per conto di Agafia.

La storia inizia nel 2010, quando il presidente di Panama Ricardo Martinelli siglò un accordo da circa 249 milioni di dollari con Finmeccanica per la fornitura di radar, elicotteri e sistemi digitali. Secondo l’accusa degli inquirenti italiani, Agafia Sa sarebbe stata il veicolo scelto per distribuire 18 milioni di euro di mazzette e, per questo, le era stata assicurata una commissione del 10% del valore totale del contratto, giustificata da un incarico di intermediazione, per costituire fondi neri e corrompere i vertici del governo panamense. Mentre tre controllate di Finmeccanica e il governo di Panama stavano mettendo a punto i contratti, Lavitola costituì Agafia, schermando la propria presenza con la sua amante, Karen, presidente, direttrice e proprietaria ufficiale.

Nella compagine anche due soci brasiliani, Alexander Herodoto de Campos (liquidato in una sentenza italiana come un prestanome «che vive nelle favelas») e Danielle Louzada. Le indagini dimostrarono che Agafia non disponeva di competenze tecniche o finanziarie per svolgere il ruolo che le era stato riconosciuto negli accordi. Un terzo della presunta maxi tangente, secondo quanto ricostruirono gli investigatori, era destinato a Martinelli, di cui Karen, secondo voci non verificate, sarebbe stata la nipote. Pochi mesi dopo che Finmeccanica si era aggiudicata i contratti a Panama, le autorità italiane iniziarono a intercettare i telefoni del direttore commerciale dell’azienda, Paolo Pozzessere, e di Lavitola, consulente della società. Nel 2014 i due furono rinviati a giudizio con l’accusa di corruzione internazionale. Durante l’udienza preliminare, Pozzessere ammise: «Se potessi tornare indietro nel tempo, non coinvolgerei Agafia».

Alla fine, i reati, durante il processo d’appello, vennero prescritti. Una decina di anni dopo il nome di Karen rispunta in un’inchiesta giudiziaria. Infatti, come detto, Natalia Potenza ha preparato per i magistrati con cui sta collaborando un pacco di ricevute di trasferimenti di denaro effettuati dal padre dei suoi figli, oggi recluso a Rebibbia. Almeno sei erano proprio destinati a Karen. Per esempio Antonio Imbriani, direttore del Cefalù bistrò e uomo di fiducia di Lavitola, il 9 luglio 2024 spedisce, dalla filiale romana Western Union di Trastevere, 500 euro alla donna, identificata come «amica».

Il giorno dei Santi, un altro dipendente del ristorante, Carmine Palestini, da un altro ufficio WU, quello di piazzale Enrico Dunant, manda alla donna altri 606 euro. Il 2 dicembre torna in campo Imbriani che, di nuovo da Trastevere, spedisce 419 euro. Il 23 giugno 2025 tocca all’aiuto cuoco del locale, l’albanese Ermir Gurluge, inviare 239 euro.
Il 3 ottobre Palestini fa recapitare 194 euro. Il 10 novembre Imbriani trasferisce ulteriori 468 euro. L’origine dei fondi cambia di volta in volta («regalo», «risparmi», «stipendio»). Si tratta di importi abbastanza modesti, ma questa è una caratteristica della maggior parte delle elargizioni di Lavitola in giro per il mondo.

Non è chiaro se sia una soluzione obbligata dalle attuali ristrettezze economiche (Valter avrebbe provato ad accendere un finanziamento anche per saldare le parcelle del suo avvocato) o una precisa strategia. Anche perché nell’ultimo mese è emerso come in Africa il faccendiere investisse migliaia di euro per partecipare a battute di caccia grossa. I trasferimenti di denaro scoperti dalla Potenza a favore della vecchia complice dell’ex compagno, come detto, non costituiscono una grossa somma. Ma certificano un collegamento tra due fasi della vita di Lavitola molto diverse, quella dello spregiudicato editore di formazione socialista e garantista (per necessità), amico di Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, e quella attuale di oste sessantenne con la passione per le bombe e per il giornalismo un po’ forcaiolo alla Sigfrido Ranucci. Da Karen, come detto, il faccendiere avrebbe avuto una figlia, Mile, a cui Valter ha dedicato più di un pensiero in un paio delle sue lettere dal carcere. «Avvisa Mile per piacere, credo che per agosto ho già inviato tutto» scrive in una delle prime missive. Mentre nell’ultima quasi supplica Natalia: «I pochi soldi che ho lasciato per Mile sono miei, non toccarli, mi sono indispensabili! Non aiutarmi, ma non togliermi l’essenziale te ne prego». Una disperata richiesta che fa sospettare che, forse, la reale condizione di Lavitola, in questo momento, non è più quella del paperone.

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