Oggi Silvio Berlusconi avrebbe compiuto 90 anni. Lo storico e politologo Giovanni Orsina, autore di libri fondamentali sul Cavaliere come Il berlusconismo nella storia d’Italia, tradotto anche negli Stati Uniti, è uno degli studiosi più titolati a spiegare il fenomeno del fondatore di Forza Italia e del centrodestra.
Professore, da dove parte l’avventura politica di Berlusconi?
«Parte dal fatto che nella “pancia” della repubblica c’era uno storico blocco elettorale di destra, molto consistente. Era l’Italia della maggioranza silenziosa. Leggeva Il Giornale di Indro Montanelli, ascoltava Radio Belva al Gr2 di Gustavo Selva e, spinta dall’anticomunismo, votava in gran parte Democrazia cristiana, turandosi il naso. Era un elettorato scontento».
Perché scontento?
«Per la direzione che la politica italiana aveva preso, soprattutto dopo la nascita del centrosinistra all’inizio degli anni Sessanta. La fine della Guerra Fredda lo aveva liberato dai vincoli dell’anticomunismo, il collasso dei partiti tradizionali provocato da Tangentopoli lo aveva liberato dalle alleanze politiche tradizionali. E si era trovato privo di reale rappresentanza».
Era un’Italia con radici molto diverse da quelle dell’imprenditore Berlusconi.
«Eppure lui è riuscito a rappresentarla e a unificare quell’elettorato. A modo suo, ha saputo dare voce a un’Italia moderata che era sempre esistita e a rispondere alle domande che poneva».
Quali domande?
«Quella che potremmo chiamare una “domanda politica di riduzione della politica”, innanzitutto. Per cui la politica deve restare nei suoi confini e non entrare nella sfera degli individui. La volontà di eliminare lacci e lacciuoli. L’idea di uno Stato che non pretende di educarti. Il Paese, nella visione di Berlusconi, va bene così com’è. L’opposto della politica che ti vuole cambiare e insegnare cosa è bene e cosa è male».
La vulgata dei suoi avversari è che la figura di Berlusconi si può ridurre a quella del grande seduttore: la calza sulla telecamera, il sorriso stampato, il doppio petto blu e una propaganda modellata sugli spot commerciali.
«Chi dice che Berlusconi è stato comunicazione e basta non lo ha capito. La comunicazione c’era, ma veniva dopo. Alla base di tutto c’è stata una profonda consonanza culturale fra lui e quest’Italia. Nella sua proposta c’erano sostanza politica e un’idea precisa del Paese. Quella che aveva già saputo esprimere come imprenditore, i cui simboli erano Mediaset, la Milano da bere, il Milan. La sua televisione privata era l’espressione della vitalità del Paese reale e si contrapponeva a una Rai che voleva rieducare il Paese reale nel nome del Paese legale».
Assomigliava a qualcuno che si era visto prima?
«C’erano stati fenomeni anticipatori che, in maniera molto grezza, avevano cercato di rappresentare questa parte d’Italia. Penso al Fronte dell’uomo qualunque di Guglielmo Giannini, in un certo senso. Di Montanelli e della maggioranza silenziosa abbiamo detto. Segnali in questa direzione erano arrivati pure dai partiti tradizionali. La Dc e il Psi di Bettino Craxi, già dalla fine degli anni Settanta, avevano cercato di rispondere a quelle domande, riuscendoci solo in parte. Penso anche alla Dc di Mario Segni e Bartolo Ciccardini. Berlusconi, però, con la sua capacità comunicativa e la sua forza economica e politica, è stato un unicum».
Oggi cosa resta di Forza Italia?
«Resta l’occupazione di uno spazio politico molto meno ampio di quello che Berlusconi ha saputo riempire. L’attuale Forza Italia prende voti nel centrodestra moderato e rappresenta in Italia il Partito popolare europeo, ossia la forza politica egemone a livello continentale. E raccoglie il voto di elettori che si schierano sì a destra, ma ritengono i Fratelli d’Italia troppo conservatori e nazionalisti. L’ancoraggio europeo e la presenza di un elettorato le danno una posizione e una funzione chiara. Certo, per tornare dall’attuale 8% alle percentuali dell’epoca di Berlusconi ci vorrebbe ben altro».
E della grande avventura politica di Berlusconi cosa rimane?
«Si capisce bene Berlusconi se lo si guarda alla luce degli anni Ottanta. Di quell’ottimismo, di quella spinta antipolitica, di quell’idea di autonomia della società civile. Il momento storico attuale è radicalmente diverso, viviamo in un clima di ritorno della politica. Quello che resta è il suo elettorato. Berlusconi lo ha unificato e gli ha consentito di esprimersi direttamente, non come faceva prima attraverso partiti come la Dc, i socialisti, i liberali e i missini, che erano divisi tra loro e non rispondevano del tutto a questi elettori».
Questa Italia oggi ha ancora chi sappia rappresentarla?
«È interessante che questo elettorato trovi la sua massima rappresentazione in Giorgia Meloni. La leader di Fdi ha recuperato alcuni temi berlusconiani, adattandoli alla nuova stagione storica».
In cosa due figure così diverse si assomigliano politicamente? E in cosa divergono?
«Meloni non ha la pretesa di rieducare gli italiani e in questo è totalmente in linea con Berlusconi. Le idee di lasciar fare la società civile, dell’Italia come Paese maturo in grado di fare da solo, sono presenti anche nel melonismo. Meloni, però, le ha declinate a modo suo. Per dirla in maniera semplice, in una forma molto meno liberale e più nazional-conservatrice di quella berlusconiana».