Dieci giorni di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per Sigfrido Ranucci. Questioni disciplinari. Niente a che vedere (o quasi) con le altre inchieste giudiziarie nelle quali, ad oggi, il giornalista Rai non è indagato. Ma, aspettando il pronunciamento del Tribunale del Lavoro di Roma (per il quale ormai sarebbe solo questione di ore), la radiotelevisione italiana manda un segnale quanto mai significativo rispetto a taluni comportamenti non ortodossi tenuti sul posto di lavoro dall’ex conduttore di Report. Quasi a voler dire: va bene tutto ma anche Ranucci ha le sue colpe.
LE MOTIVAZIONI
Alla base del provvedimento ci sarebbero, infatti, ben quattro contestazioni. La prima riguarderebbe una cinquantina di ingressi nella sede Rai di Laura Cianfoni, già sindacalista Cisl, fonte e persona vicinissima a Sigfrido, tanto da abitare in una casa nelle sue disponibilità (oggetto dello scazzo tra Ranucci e Moreno Pisto, direttore di MowMag, che oggi con un dettagliato video risponderà ai rilievi del collega conduttore). La seconda riguarderebbe i contenuti della conversazione tra Ranucci e il parlamentare del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto. La terza chiamerebbe in causa alcune mail aziendali che sarebbero state inoltrate a Valter Lavitola. La quarta sarebbe legata alla presunta denigrazione di alcuni colleghi da parte di Ranucci, in particolare Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, giornalisti che erano stati indicati inizialmente tra i possibili successori alla guida di Report.
Una sanzione che il diretto interessato, attraverso il suo legale, contesta. «Il provvedimento sarà impugnato», annuncia l’avvocato Roberto De Vita. «Una decisione che interviene a pochi giorni dalla presentazione di articolate difese, con le quali sono state contestate nel merito e nel metodo le accuse formulate dalla Rai».
Tutto ciò, come detto, a poche ore dalla sentenza sull’eventuale reintegro di Sigfrido alla guida di Report. Ipotesi rispetto alla quale ieri si è un po’ proposto, buttandosi pericolosamente in avanti, il direttore di Rai Approfondimento, Paolo Corsini che ha espresso il suo auspicio netto: «Speriamo non accada, non pensiamo possa accadere. Io quello che dovevo fare l’ho fatto, stiamo lavorando serenamente. Noi pensiamo di essere nel giusto e avere fatto tutto correttamente».
Parole che fanno immediatamente insorgere il Movimento 5 Stelle, ormai diventato una sorta di avvocatura politica permanente di Ranucci. Gli esponenti pentastellati della Commissione di Vigilanza Rai accusano Corsini di «sfrontatezza che travalica ogni limite».
«Un’uscita del genere, in scia a ciò che ha detto nelle settimane scorse Ignazio La Russa a cui il militante FdI Corsini è evidentemente obbediente, è indegna di qualsiasi ruolo che richieda un minimo di imparzialità, posto che in Rai ne esista ancora. Ormai - aggiungono - a TeleMeloni vige una totale, sfacciata impunità.Ma questo non gli consente di augurarsi pubblicamente che Sigfrido Ranucci non venga reintegrato alla guida di Report», sostengono i parlamentari M5S.
IL TOUR
E Ranucci? Per ora sembra scegliere un’altra strada: il palcoscenico. La sospensione Rai non ferma infatti il suo monologo teatrale con cui il cronista attore racconta la propria vita da reporter, gli incontri, le inchieste e i retroscena della sua carriera. Sabato sarà al Teatro Duse di Bologna, poi Albenga, Reggio Calabria e Calcinato. Ulteriori tappe del minitour che prosegue dalla scorsa estate e non sembra voglia accennare a concludersi, a meno di impegni televisivi del divo che a via Teulada ormai prende solo ispirazione per raccontare giornate intere di travagli, sollazzi, arrabbiature e viavai di ospiti-amici fraterni indebitamente lasciati entrare nel centro produzione Rai. Ma del resto sono proprio queste piroette a rappresentare il cuore del Diario di un trapezista.
Prova d’attore che l’ex conduttore, sempre via social, accompagna con una frase che sembra quasi una dichiarazione di resistenza personale, prima ancora che professionale: «Sempre e per sempre dalla vostra parte mi troverete». Citazione che richiama Francesco De Gregori e che, in questa che è ormai una guerra, suona come il manifesto di un giornalista che, almeno per ora, non sembra intenzionato a scendere dal palco. Quale che sia. Per ora fuori dalla Rai. Dove ad acclamarlo ci sono i politici di sinistra che lo difendono e il pubblico-organico che ancora lo acclama ma certo non rappresenta l’opinione maggioritaria, nemmeno di quell’entità quasi mistica che è il “collettivo di Report” pronto a ripartire anche senza il suo ex padre -padrone.